Delicatessen

Geco, The Art of Disobedience #13

martedì 28 aprile 2026

«Nelle macerie c’è tantissima vita».
Voci che emergono in un contesto definito per plasmare il calcestruzzo

Si può affermare che lo scardinamento e il contrasto alle strategie della gentrificazione trovano un valido antagonista in Geco, che marca il territorio, allargandone i confini con l’individuazione di edifici, quartieri, zone da bonificare con tag dirompenti che personalizzano luoghi resi anonimi dai palazzinari che interpretano piani regolatori impregnati di speculazione ispirata al capitalismo; che poi tenta di utilizzare, imbrigliare, conglobare nel suo business anche il graffitismo, che si divincola dall’abbraccio con sempre nuove proposte e interventi – anche se da Haring e Basquiat a Banksi molti “muri” sono entrati in gallerie prestigiose. The Art of Disobedience ha incassato al botteghino 22.700 euro: per «un documentario autocelebrativo”, un’opera ipertrofica autopromozionale del proprio brand è un buon risultato!

La corte della BlackoutHouse è gremita di giovani nel novilunio del 17 aprile, quando vengono proiettati sui “muri” del quartiere Aurora – zona a rischio di massivo intervento di una giunta particolarmente sensibile ai capitali impegnati nello stravolgimento dello spirito popolare di Torino – gli 82 minuti di The Art of Disobedience diretto da Geco stesso, a dimostrazione che il linguaggio nato cinquant’anni fa come espressione del proletariato newyorkese si è sviluppato e trasformato nei decenni, continuando a suggestionare l’immaginario di chi vive quei quartieri, ad alimentare la lotta tra decoro borghese e imbrattamento espressionista astratto. Ma è anche ribadita la lotta tra writer e street-artist: infatti si viene chiamati ad assistervi e senza conoscenze interne al dibattito e se non si appartiene all’ambiente è difficile districarsi tra i lessici diversi delle comunità.

Perciò durante la puntata di “Delicatessen” per poterci addentrare, abbiamo parlato con Giovanni Semi, che aveva introdotto la serata da par suo, ponendo con semplicità alcuni concetti essenziali, adottando un approccio – poi ribadito in trasmissione, rintuzzando alcune nostre perplessità – del tutto privo di ogni forma ideologica in cui racchiudere il fenomeno, che va bene si esprima con modalità prive di regole e improntate alla provocazione, alla riappropriazione degli spazi, alla etichetta serializzabile che diventa esportabile universalmente, forse perché tutte le periferie sono riconducibili a un medesimo sfondo (un ricordo delle teorie baudrillardiane su merce e simulacro?)… fino all’“imbrattamento” del decoro borghese.

Il film mantiene l’impianto adrenalinico derivante in gran parte dalla modalità acrobatica che spesso distingue l’intervento di Geco a Roma, come a Lisbona o ad Atene; l’immagine sgranata e un po’ lisergica è la versione cinematografica delle figure e delle scritte che emergono dai muri e i temi del regista sono subito evidenti in giro per le strade battute dalla carrellate in auto con camera a mano e dalla documentazione ripresa negli anni della produzione delle iconiche tag, alcuni interventi davvero spettacolari e che ridefiniscono edifici immaginandoli a misura di quell’edificio, interpretando verticalmente i loro angoli muti e inespressivi, conferendo dinamicità e colore e dimostrando un’analisi dello spazio, dell’urbanistica su cui si interviene. Il montaggio infatti mette insieme riprese identificabili come “Epoca Covid” per le mascherine che coprono il volto di corifei che esaltano le imprese dell’eroe della pellicola, tra le quali è riconoscibile Michele “Zerocalcare” che connota meglio il contesto. D’altronde, che alternativa abbiamo al vortice della gentrificazione?

L’ipertrofia narcisista al servizio della auspicabile riappropriazione degli spazi

Giacomo in fine di puntata ha riportato tutto all’operazione cinematografica, giudicandola esageratamente lunga e ripetitiva, con alcune riprese suggestive per le acrobazie e quindi la documentazione di quello che è il sostanziale impegno “artistico” degli street-artist e dei writer, che, come avviene per gli artisti da galleria, sono innanzitutto alle prese con materiali e condizioni in cui operare i gesti creativi, ma il tutto incentrato su un unico bomber. Il film è un’occasione né vinta, né persa: più gira, più produce dibattiti come quello intercorso in diretta prima della proiezione o in questa intervista con Giovanni Semi, che nella più totale assenza di ideologia affronta con il taglio del sociologo motivi e contraddizioni, antagonismo e cooptazione, passioni e risultati dello sfaccettato lavoro sui muri. Non bisogna dimenticare che «il Capitale è onnivoro: mangia e risputa l’intervento dirompente e diventa forma di estrazione di valore».


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