Delicatessen

Simone Manetti, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo #12

domenica 12 aprile 2026

Sciacallaggio in corpore filmico

Indigna tutto di questo caso cinematografico.
Innanzitutto ritorna il senso di nausea nel ricordo della terribile sorte di Giulio Regeni, finito nella morsa di un potere spietato senza alcuna colpa; una nausea accentuata dalle scelte in fase di montaggio dei tanti, spesso insignificanti e sempre sfuocati, spezzoni d’archivio, che sono la cifra dei lavori di Manetti, probabilmente scelto in quanto mestierante.
Ci siamo interessati a questa pellicola, seppur sospettosi, per poterne parlare con cognizione, data la polemica politica scatenata pretestuosamente dal mancato contributo del Ministero della Cultura di Giuli, che ha fatto il pesce in barile, dicendo che non aveva visto il film, ma la vicenda era tale che avrebbe assegnato prebende a priori; e già questo urlerebbe vendetta per il criterio di sottocommissioni da abolire. Bisogna a questo punto tenere conto che ha dovuto scegliere lui stesso i membri della sottocommissione e quindi le loro selezioni ricadono sotto la sua responsabilità; e Mollicone, presidente della sottocommissione, è un fascista ideologicamente propenso a evitare di premiare una (presunta) inchiesta sulle torture e omicidio inferte a un ricercatore che scriveva articoli per “il manifesto”.
Peraltro fa indignare anche Cuperlo al question time con Giuli che non trova di meglio da dire che il governo di Fratelli d’Italia ha piegato i lavori delle commissioni per premiare gli amichetti e camerati: tutto vero, ma il copyright in questo caso è proprio del PD; ed era già stato collaudato in chiave littoria con Giulio Base, senza suscitare la giusta indignazione.
In particolare muove allo sconcerto però la visione del film.

Venduto come «operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della post-verità» (“Sentieri Selvaggi”) è in effetti costituito dai vuoti non colmati tra i ritagli di archivio, rappresentati da lunghe sequenze sfocate di movimenti di telefonino impazzito, estenuanti (probabilmente con l’ambizione di trasmettere smarrimento, quello di Giulio e quello dello spettatore), senza aggiungere nulla alla cronaca che uno spettatore mediamente informato già non conosca, ricostruendo le torture e l’assassinio, le false piste, gli insabbiamenti, i racconti televisivi… ma si assiste soltanto ai misfatti di parte egiziana. Le brevi apparizioni di Renzi, primo ministro all’epoca, Descalzi, da sempre presidente dell’Eni, li scagionano in pochi secondi.
Si assiste senza guizzi a lunghe sequenze del processo: anche queste immagini conosciute, passaggi giudiziari risaputi, che s’intervallano al registro della ricostruzione e delle dichiarazioni di autorità. L’unica nota emozionante in quelle sabbie mobili stagnanti sono le parole, lo stupore dei genitori di Giulio che infatti danno il titolo al film, perché il resto è vuoto.

Indigna soprattutto il banchetto sul corpo martoriato del giovane studioso, organizzato nel decennale del suo supplizio. E quel che è peggio è che questa pellicola impedirà la realizzazione di un vero film che metta sul piatto le reali questioni investite dalla morte di Giulio Regeni e dall’indifferenza dei governi di vario colore che hanno nascosto la verità costituita dalla feroce paranoia del potere, perché è comune a tutti i regimi. E questo il film non lo fa trapelare nel suo gioco di immagini illeggibili.

Altro da Delicatessen