
Moteur Raoul, Moteur!
L’entusiasmo di tutti i giovani dalla fine degli anni Cinquanta a oggi – e in particolare i cinefili sempreverdi e anarcoidi – sta tutto in quella carica compresa nell’invito all’operatore di riprendere la realtà filmica in quanto pregna di realtà, che il genio Godard pone nel desiderio di esprimere finalmente pure lui sullo schermo quella contravvenzione alle regole che da sempre prorompe dietro l’etichetta “Nouvelle Vague”.
Linklater è senz’altro parte di questa schiera di appassionati di quel cinema, né di papà, come dicevano i redattori dei “Cahiers du Cinéma”, né del cinema delle major hollywoodiane, a cui come prestatore d’opera conferisce il proprio mestiere, per poi realizzare i film che gli stanno a cuore; e lo fa con la passione che tutti i boomer come lui provano verso pellicole come À bout de souffle. Il suo film intitolato come il movimento cinematografico nato in quella Parigi che preparava il ribaltamento delle convezioni è pensato come una sorta di making of del primo capolavoro di Jean Luc Godard, ricalcando le scene con tenerezza e nostalgia, attribuendo un omaggio acritico a quel mondo che si affanna a ricostruire con precisione, offrendolo a tutti gli amanti di quel cinema francese come se si venisse catapultati nella “realtà filmica” di quelle tre settimane dell’estate 1959; immersi nei giochi relazionali della scanzonata crew del film che avrebbe rivoluzionato il modo di fare cinema e di percepire la realtà negli anni a venire.
Erano giovani che avevano vissuto la Seconda guerra mondiale, inviati poi come colonizzatori in Algeria; intellettuali amanti dell’altro cinema americano (Nicholas Ray, Bogey, Hitch…), o dei noir à la Melville e delle pellicole del maestro Bresson, per la redazione dei “Cahiers” Rossellini era un idolo, per il neorealismo che li ispirava. Il fumo delle sigarette che avvolgeva il set erano anche metafora della Exception culturelle: pur amando certo cinema americano, la rilevanza della cultura europea– e francese in particolare – era sottolineata con prepotenza e si poteva cogliere anche nella predilezione delle marche di sigarette, o nella protagonista Jean Seberg, americana e diversamente libera rispetto al principale attore parigino Jean-Paul Belmondo.
L’operazione ricostruzione un po’ nostalgica è riuscita perfettamente. Ma aderendo alle motivazioni messe in scena – ed è abbastanza evidente che il regista texano ha introiettato la teoria dei “Cahiers” – probabilmente JLG si sarebbe aspettato che non si procedesse a un racconto lineare e a una ricostruzione pedissequa dello spirito della Nouvelle Vague attraverso la ricostruzione del set di Fino all’ultimo respiro, ma che Linklater ricreasse una situazione di reale spaesamento rispetto alle forme narrative ormai in uso da più di sessant’anni, cogliendo l’occasione per proporre nuove interpretazioni attuali di un racconto Nouvelle Vague. Ma forse da un lato le rivoluzioni culturali sono appannaggio di chi ha meno di 30 anni e… l’eccezione culturale è ancora un ostacolo invalicabile.









