UN GIORNO DI FUOCO – LA PERLA DI LABUAN 19/7/2019

Riccardo

“Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta. Ammazzò suo fratello in cucina e freddò sull’aia il nipote accorso allo sparo”. E’ l’incipit del racconto “Un giorno di fuoco” scritto nel 1955 da Beppe Fenoglio e poi pubblicato sulla rivista “Paragone”. Il fatto risale al 1933 quando il futuro scrittore aveva 11 anni e i genitori d’estate lo mandavano dagli zii nelle Langhe, e del ragazzo stupito e curioso il racconto conserva il punto di vista. La battaglia di Gallesio contro il mondo si svolge fuori campo, uomini e donne vanno e vengono per raccontare gli sviluppi al ragazzo e quindi al lettore. “Tu sei troppo piccolo, ma i torti nell’interesse sono quelli che ti avvelenano.” Poi viene la guerra che va male, e per il re, Badoglio e gli altri pezzi grossi il problema si riduce a come fare la pace con gli americani senza farlo sapere ai tedeschi salvando i propri privilegi grandi e piccoli, dando vita al teatrino degli equivoci e degli intrighi che porta all’8 settembre, nel totale disprezzo per la sorte dei soldati al fronte. Beppe Fenoglio in “Primavera di bellezza” del 1959 ci mostra il punto di vista dei soldati, coloro che non decidono niente e vengono sempre a sapere le cose dopo. “Così é finita, sergente? – Doveva pure finire. – Non così! Non così!”  Quando tutto crolla, molti decidono di non abbandonare le armi. “Adesso siamo ribelli. Abbiamo sputato la pillola dell’8 settembre. Non torniamo a casa. Restiamo a combattere i tedeschi finché ce ne sarà uno in Italia.” Beppe Fenoglio era un anticonformista, scomodo e sospetto a tutti. Le sinistre non gli perdonarono di essere passato durante la Resistenza agli “autonomi” dopo avere combattuto con le Brigate Garibaldi e di avere votato per la monarchia al referendum istituzionale. Le destre non gli perdonarono di essersi sposato con rito civile, scelta all’epoca molto trasgressiva. Non ha mai smesso di ragionare con la sua testa, e i suoi racconti restano tra i migliori affreschi della vita quotidiana e dei rapporti umani in un periodo cruciale della storia d’Italia. Mori nel 1963 a 41 anni d’età per tubercolosi con complicazioni respiratorie. “Sulla lapide a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano.” Buon ascolto.




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