Anarres del 17 aprile. La fase due è già cominciata. Casa dolce casa? Non ci sarà un dopo. Il tempo è ora…

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La fase2 è già cominciata. I padroni si cambiano il Codice Ateco e riaprono i battenti, sindacati di stato associazioni imprenditoriali e governo fissano le condizioni per una riapertura dopo il 3 maggio.
Lo schema produci, consuma, crepa continuerà a segnare una quotidianità, in cui l’unica libertà sarà quella di lavorare, andare a fare compere, e… morire. Al di là della retorica siamo il paese in cui ogni giorno muoiono dalle 500 alle 900 persone, senza che vengano attuate le misure necessarie al reale contenimento dell’epidemia. Le nostre case trasformate in lazzaretti sono i focolai dal quale continua ad espandersi un contagio sul quale non viene fatto alcuno screening.
Nel frattempo le misure del governo, i regali elargiti alle imprese, li dovremo pagare tutti. Come se non bastassero i morti, uccisi dalla logica del profitto costi quel che costi.
Nulla dovrà essere come prima? Certo ma in che senso dipenderà dalle lotte concrete che si svilupperanno sulla sicurezza del lavoro, la prevenzione, i presidi sanitari territoriali.
Ne parliamo con Massimo Varengo di Zero in Condotta

Casa, dolce casa?
In Italia ci sono oltre 50.000 persone che non hanno casa, 360.000 persone vivono senza servizi igienici di base nelle proprie abitazioni, mentre il disagio abitativo nelle città italiane è all’11,3%. Questi dati risalgono al 2015 ma, da allora la situazione ha continuato a peggiorare.
La casa per chi ce l’ha è spesso il lazzaretto in cui le persone ammalate restano sino all’ultimo. Qualcuno guarisce, nonostante non riceva né cure né controlli, gli altri muoiono in ospedale. Nel frattempo il virus si è diffuso ai conviventi. I dati ad oggi si dicono che i contagiati sono in aumento, mentre le terapie intensive sono meno affollate ed i morti non calano.
La spiegazione è semplice: le case, oltre a fabbriche ed ospedali, sono i principali veicoli dell’infezione.
Ne parliamo con Dario Antonelli della FAL

Non ci sarà un dopo. Il governo ci vuole divisi, sospettosi, spauriti. Ci rubano la libertà e l’umanità. Per il nostro bene. Non è facile sfuggire alla trappola della paura e del peccato. La radice del male è sin nella parola chiave di questa crisi, il grimaldello con il quale ci hanno ingabbiati, il distanziamento sociale. Perché non parlare di distanza di sicurezza, di spazio tra i corpi? Perché uno spazio fisico si può costruire ovunque, non solo in casa, invece la distanza sociale è ben più e ben altro: è la negazione delle relazioni, della polis, della comunità di lotta, del tempo che si riconquista insieme. La distanza sociale nega il mutuo appoggio e promuove la carità, nega la libertà e ci obbliga all’obbedienza, nega valore alle nostre vite e ci chiude nel cerchio produci, consuma, crepa.
Non ci sarà un dopo. Il tempo è ora.

Wild C.A.T. Collettivo Anarco-Femminista Torinese
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