Anarres del 24 aprile. Anarchici nella Resistenza. Ancora ai domiciliari. La società virtuale? Riprendersi gli spazi di autorganizzazione e critica…

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25 aprile. Gli anarchici nella Resistenza: una lotta che è cominciata negli anni Venti e non è finita il 25 aprile del 1945.
Ne parliamo con Giorgio Sacchetti, storico, studioso del movimento anarchico, docente all’università de L’Aquila.
Sarà un’occasione per
intrecciare i fili rossi e neri tra un’epoca in cui la clandestinità era il normale orizzonte di una lotta impari e feroce, ed un oggi in cui le più elementari libertà sono state cancellate a colpi di decreti d’autorità del governo.

Oggi, siamo di fronte alla concreta possibilità che la gestione autoritaria dell’epidemia, elimini o riduca sensibilmente i già stretti margini di critica e di azione politica, concessi a chi si colloca al di fuori del reticolo istituzionale.
In Cina siamo di fronte ad un consolidamento del totalitarismo, alle nostre latitudini, i governi non possono – ancora – permettersi il controllo totale delle vite di noi tutti, ma stanno costruendo un paradigma, per cui le libertà sono un lusso di cui si può fare a meno di fronte all’interesse superiore delle collettività. Un interesse superiore la cui tutela è avocata, senza mediazioni, dall’esecutivo, che rafforza ulteriormente il proprio ruolo di comando non solo sulla società nel suo complesso, anche nei confronti degli esausti templi della democrazia rappresentativa, dei sindacati statalizzati e degli altri corpi intermedi, che svolgono un ruolo di mediazione del conflitto sociale, in momenti in cui il controllo e la repressione non sono l’opzione prevalente.
Questo avviene
anche grazie alla servitù volontaria di chi si è visto rubare la libertà in cambio della sicurezza ed ha perso la prima senza ottenere la seconda.

Il 4 maggio forse passeremo dai domiciliari alla libertà vigilata, facendo lo slalom tra occhi e orecchie elettronici e posti di blocco dell’esercito e della polizia.
I piccoli spazi di organizzazione politica e sociale concessi “prima” rischiano di restare interdetti molto a lungo.
Non li riavremo indietro tanto facilmente.
Il governo ci vuole divisi, sospettosi, spauriti. Ci rubano la libertà e l’umanità. Per il nostro bene. Non è facile sfuggire alla trappola della paura e del peccato. La radice del male è sin nella parola chiave di questa crisi, il grimaldello con il quale ci hanno ingabbiati, il distanziamento sociale. Perché non parlare di distanza di sicurezza, di spazio tra i corpi? Perché uno spazio fisico si può costruire ovunque, non solo in casa, invece la distanza sociale è ben più e ben altro: è la negazione delle relazioni, della polis, della comunità di lotta, del tempo che si riconquista insieme. La distanza sociale nega il mutuo appoggio e promuove la carità, nega la libertà e ci obbliga all’obbedienza, nega valore alle nostre vite e ci chiude nel cerchio produci, consuma, crepa.
Non ci sarà un dopo. Il tempo è ora.

La politica virtuale. La possibilità di “incontrarsi sul web”, di fare scuola da remoto, di fare “assemblee” on line è stata colta come opportunità di evasione dai domiciliari di massa. C’è gente che offre musica, che pubblica foto di vecchie vacanze, di tempi che paiono distanti anni luce.
Un surrogato. Nulla di male. Siamo tuttavia su una china scivolosa che rischia di far dimenticare che “fuori” c’é un mondo dove si continua a lavorare e a morire.
Le assemblee “virtuali” sono utili per la narrazione, ma non permettono una reale organizzazione di lotte e iniziative, che di fatto oggi hanno il carattere della clandestinità.
Persino la solidarietà autorganizzata, quella non benedetta dalla questura si muove sui margini del
consentito, in punta di piedi.
Riprenderci gli spazi di autorganizzazione e lotta è l’urgenza con la quale
dobbiamo fare i conti.
Perché, diciamolo chiaro, là, fuori dalle nostre stanze virtuali, ci sarà il mondo di sempre: sfruttamento, mancanza di cure, migranti imprigionati, repressione.

La fantasia dell’esaurirsi dello Stato e delle altre forme di governance parastatale si è sciolta come neve al sole di fronte alla crisi generata dalla pandemia globale.

Abbiamo tenuto aperto il fil rouge che intrecciamo da due settimane con Salvo Vaccaro, anarchico e docente di filosofia politica all’Università di Palermo

Wild C.A.T. Collettivo Anarco-Femminista Torinese
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