Bello come una prigione che brucia: il podcast del 21 dicembre 2015

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Il carcere, comunemente immaginato come edificio, tende progressivamente a diventare un dispositivo in grado di sovrapporsi ed estendersi ad altri pezzi di territorio. L’imposizione di confini e il geoposizionamento sono tra le strategie utilizzate per ripordurre funzioni tipiche della prigione architettonica in altri contesti, dall’ambito sanzionatorio a quello preventivo, fino all’ottimizzazione della produttività dell’individuo sottoposto a controllo.

Riprendiamo dunque un approfondimento sul braccialetto elettronico, dalle sue origini come esperimento di psicologia comportamentista realizzato negli anni ’60 da studenti di B.F. Skinner e Timothy Leary, fino alle recenti applicazioni che, superando il mero monitoraggio degli spostamenti, consentono di verificare a distanza l’assunzione di alcol o altre sostanze.

Negli anni ’60, sempre all’interno del dipartimento di psicologia dell’università di Harvard, mentre alcuni suoi studenti si dedicavano alla ricerca di dispositivi tecnologici in grado di disciplinare le condotte di individui difficilmente gestibili, lo stesso Timothy Leary condusse esperimenti di “psichedelia istituzionale”. Partendo dalla descrizione del Concord Prison Project, durante il quale venne somministrata psilocibina come coadiuvante della psicoterapia di gruppo con l’intento di ridurre la recidiva dei prigionieri, passiamo all’analisi di alcuni altri esempi in cui sostanze psicoattive sono state utilizzate come arma, strumento di potenziamento, di tortura o di controllo

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