Cali Mist. l’altro lato della California

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L’altro lato del rock californiano degli anni 3000. pigro, sballato, reminiscente di esperienze come quelle di Beach Boys e Skip Spence. parole. Ma cosa è successo in cantina da dieci anni a questa parte? direi niente.
La musica del 3000 dice che gli anni 60 sono per sempre. Il flower power prima, il rock rumoroso e psichico poi e oggi il menù prevede mescolanze che non cambiano la ricetta. Dire cosa ne sia davvero di quella generazione slacker che negli anni 90 deglutiva più acidi di Haight Ashbury è compito dei gravedigger moderni, a loro la prima ondata di ritorno di una marea che si spense in fretta, fu revivalismo con qualche ottima idea: una cima d’erba, mentre monta il sole sulla baia circondata ancora dalla nebbia, una vecchia giacca Butte da pastore ed una BSA Lightning ben oliata per scivolare via, da Oakland a Berdoo, veloci ma non troppo, sentire il vento, il vero unico classico intramontabile oltre ai tramonti, l’unica cosa che oltre alla musica AMERICANA non è cambiata in questi anni. Interessante caso di superomismo, la tradizione sempiterna del “rock” americano è l’unica al mondo che sia stata capace di cambiare così tanto senza cambiare di un millimetro.
Due nomi, tutti e due con in comune un passato in quei rumorosi anni 90. Lui, Greg Ashley, autore di uno dischi che mi sono più piaciuti in tutto questo casino (Painted Garden, anno domini 2007, un instant classic) l’altro,  quel glorioso drop out di Brian Glaze, appunto percussore di pellami nei vecchi Brian Jonestown (ormai bruciati nella mente del loro creatore, come una stella gemella che arde a milioni di anni luce) capace di fare meglio di Ariel Pink senza essere assolutamente notato in una altra milestone lasciata cadere nel dimenticatoio di una duecentinaia di copie per puristi.

E poi dalla california freak e tossicona via un country l’altro, siamo scesi in messico, armati di reflex e di un solo giubbotto antiproiettile per ascoltare un act SCONVOLGENTE della nuova psichedelia rituale ultracontaminata. Maestri di cerimonia su un antico rio infestato di fantasmi tropicalisti, quegli sciamani poveri che rispondono al loro soma Rancho Shampoo. Immaginate Borroughs alla ricerca dell’iboga che si imbatte in Rainer Bauer in un crocicchio di Ciudad Huarez, tra il caos assordante della più intollerabile delle mistificazioni rock: il rito in forma canzone.
E poi un interessante caso di plagiarismo, nero come la pece e avido di energia artistica. Succede anche questo nell’era del maledetto internet.

Outsider music with an hypnotized hell’s angels.




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