Crawling to Lhasa. Illuminazioni e barcollanti ristampe freakedeliche

Ieri notte ho visto in sogno giuliano ferrara catturato da una tribù di indios. Lo stavano nutrendo a forza prima del rituale. Avevano catturato il pachiderma e non c’era alcuna intenzione di lasciarlo in mano al destino degli uomini. Quella era la cena di dio. Dal canto mio me ne stavo seduto sulla ziggurath  sgranocchiando pasta di cacao mista a sangue di pollo. Da quella posizione la mia vista poteva spaziare a 360 gradi verso l’infinito. Un vento gelido spazzava i folti capelli della mia compagna. Ferrara era ormai bollito. Tamburi rituali scandivano la saponificazione, mentre cominciavano a salirci i funghi. Le dita dei piedi iniziarono a contrarsi – almeno mi sembrava – e un brivido gelido risaliva dal buco del mio culo fino alla ghiandola pineale. Strani uccelli neri volteggiavano in cerchio su di noi.
Quando il fungo aveva ormai compiuto il suo viaggio ci abbandonammo lungo il fiume. Sulla barca che già ci aspettava per il ritorno erano impilate centinaia di saponette. Vi serviranno una volta arrivati, disse Zapotec, il mio animale guida.
Avevamo viaggiato attraverso il non-spazio in una civiltà perduta, guardando dall’alto la fine del volgare uomo bianco.
Un senso di rilassatezza ora ci pervadeva le membra. Sitar armonici fluttuavano attraverso le fronde dei rami intricati e un flauto sibilava nell’oscurità. La navigazione procedeva narcolettica. I rumori parevano filtrati da diavoletti armati di flanger.  Mi risveglio sudato. Il disco gira sul piatto. Sono a casa. Davanti a me, come da millenni, la sacra di san michele illuminata a giorno. Cristo santo ho pensato – dove siamo stati?

Una playlist di novità e ristampe per andarsene a male. ma per davvero!

Kikagaku Moyo – st (sky lanterns 2013)
Kikagaku Moyo – Mammatus clouds (sky lanterns 2013)
E dove se non a tokio? Abbandonata ogni velleità avantgarde ritorniamo prepotentemente nei seventies. Scrittura perfetta, incastri melodici da martello degli dei e assoluta grazia compositiva. Il tutto ingentilito (a tratti) da un melodioso sitar. Se al debutto potevano parere acerbi ma interessanti, con Mammatus Clouds questi tre ragazzi di Tokio metteno insieme l’ennesimo disco da salvare in questo 2014. Immaginate la Flower travellin band in preda a svolte di amore panico tra tamburelli e graziosi flautini che lascia tokio per salire alle stelle. Una volta atterrati questi tre accendono flanger, fuzz e wha portandomi per mano verso lo scialacquamento dei neuroni. Per fare grande musica basta infinitamente poco. E questo è uno dei dischi dell’anno. lo ripeto.

Kalachackra – Crawling to Lhasa (garden of delights reissue 1971/2014)
Molti si sono persi per non tornare mai più. La via delle indie era trafficata di barbe e piedi scalzi provenienti da tutta europa e raggiungere Lhasa per alcuni rappresentava il massimo per l’illuminazione fai-da-te. I poveri tibetani rimasti ancora vivi dopo 50 anni di persecuzioni cinesi fanno ogni anno il pellegrinaggio alla città santa inginocchiandosi ogni due metri. E’ un cammino che può durare mesi o addirittura anni. Qualcuno muore durante il viaggio, qualcuno arriva malandato, qualcuno trova se stesso.
I Kalachackra forse a lhasa non sono mai arrivati. Ma barcollano quello si. Serpenti addomesticati, sogni acidi, via della seta e dell’incenso rimescolati con acque torbide e sintetizzatori gommosi. Amici di Burchardt e degli Embryo, questa è una gran riscoperta!

Desert Heat – Cat Mask at Huggie Temple (2014)
Di nuovo Steve Gunn. Questa volta live e vagamente elettrico. Non aspettatevi un commento da me che sono un fan. Per me viaggiare non è necessariamente una questione di OHM, ma devo dire che attaccati alla corrente elettrica questi musicisti sanno ipnotizzare di brutto. Just psychedelic music. Ma della migliore. Non usate mai droghe tagliate.




Current track
TITLE
ARTIST