Darwinismo sociale e mutuo appoggio: uno sguardo politico, etologico ed evolutivo

liberation front

PRIMA PUNTATA

Gli approcci iniziali al CoronaVirus da parte dei governi ultra-liberali di U.K., Brasile e U.S.A. convergevano nel sottovalutare la minaccia, e sventagliavano l’idea dell’immunità di gregge, con le catastrofiche conseguenze che avrebbe generato, per poi arrendersi all’idea del lockdown e del distanziamento sociale.

La possibilità di far ammalare gran parte della popolazione si sposa con le logiche liberali del darwinismo sociale, ma ancor di più col sistema di sanità privata di quei paesi. Il concetto di ‘lotta per la sopravvivenza’ descritto da Darwin viene completamente rivisto dai luminari del capitalismo per far accettare la concorrenza spietata e l’idea che un uomo possa comandare sull’altro. Con una buona dose di eugenetica questi concetti sono stati anche utilizzati dai regimi fascisti e nazisti. Il darwinismo sociale non è scomparso e anzi, con la parcellizzazione della società in cui l’individuo è solo contro tutti, questa idea distorta si fa ancor più feroce. Ma Darwin sosteneva che la sopravvivenza dell’individuo più forte avvenisse solo in un contesto di scarsità, qualora le risorse non fossero bastate per tutti. Ma in quale scarsità viviamo oggi? Di quella che i monopolisti della ricchezza elemosinano al 99% della popolazione mondiale. La concentrazione di capitali nelle mani di pochi, fa sì che il resto della gente debba sgomitare e lottarsi reciprocamente per poter ambire a un pezzettino di benessere.
Questi ragionamenti sono stati ispirati dall’articolo di Franco Palazzi “Immunità di gregge e darwinismo sociale” (https://www.iltascabile.com/societa/immunita-di-gregge-e-darwinismo-sociale/)

Ma davvero lo sviluppo dell’essere umano si è fondato su un continuo conflitto per la sopravvivenza? O forse l’uomo, così come tanti animali, si è servito della solidarietà e del mutualismo per sopravvivere alle insidie della vita? Quale ruolo ha avuto la convivialità nell’evoluzione della specie?
Insieme a Giacomo Borella (curatore dell’ultima traduzione di Eleuthera) andiamo a ripercorrere il pensiero di Kropotkin sul Mutuo Appoggio espresso dal filosofo russo in una serie di saggi indipendenti raccolti poi nel libro omonimo. Kropotkin non nega la tesi darwiniana della lotta per la sopravvivenza, ma sottolinea come essa sia condotta dalle specie contro i rigori e le avversità  dell’ambiente che le circonda e come spesso a queste avversioni la risposta sia di cooperazione di gruppo e non di attacco l’uno contro l’altro. L’esempio delle formiche è uno degli esempi proposti da Kropotkin di come l’unione permetta la sopravvivenza di specie seppur deboli e indifese. Ma non solo, nonostante scrivesse in un epoca fortemente eurocentrica e imperialista, nei suoi saggi Kropotkin prende ad esempio anche le usanze dei Selvaggi (popoli indigeni), dei Barbari e  delle gilde medioevali per rafforzare la sua tesi, affidandosi anche ad alcune pratiche mutualistiche dei tempi moderni.
Oggi assistiamo alla criminalizzazione della solidarietà da parte dello Stato: tutto deve essere accentrato nel potere istituzionale. Il welfare è una forma di de-responsabilizzazione dell’individuo,  considerato inadatto ad auto-organizzarsi per far fronte alle proprie esigenze. Anche in altre e varie esperienze di crisi (ambientali, sanitarie, ecc) la forza della solidarietà ha espresso tutto il suo valore nell’aiuto reciproco e nella ricostruzione.

 

SECONDA PUNTATA

Per quanto valide e politicamente interessanti, le osservazioni di Kropotkin sul comportamento animale risalgono a più di cento anni fa, quando ancora l’etologia moderna non esisteva, e dunque contengono, inevitabilmente, alcune inesattezze. Abbiamo tentato quindi di spiegare, alla luce delle attuali teorie della biologia, perché anche all’interno delle altre specie animali sia presente il comportamento di cooperazione e di aiuto reciproco. In base all’idea del “gene egoista” (Dawkins), l’oggetto della selezione naturale non è l’individuo, come ipotizzava Darwin, ma suoi geni, che posso rivelarsi più o meno adatti (secondo il concetto di “fitness”) alla situazione di vita contestuale. Questi geni, che esprimono un carattere nel fisico, nella personalità o nel comportamento del soggetto “gareggiano” (per così dire) nel diventare i geni più comuni nelle generazioni successive, attraverso il processo di trasmissione ereditaria. Ora, è noto che tra individui imparentati la condivisione del corredo genetico ha delle percentuali anche molto alte, e questo sarebbe il motivo per cui nei gruppi di altri animali l’aiuto reciproco è spesso limitato al gruppo famigliare. In sostanza, il comportamento di cura di un genitore nei confronti di un figlio è giustificato dalla volontà (inconscia) del primo a fare in modo che i geni del secondo (ovvero la metà dei propri) abbiano la maggiore probabilità di successo e di trasmissione alle generazioni successive. E’ chiaro che per l’essere umano, animale estremamente culturale, questo tipo di processi siano molto influenzati dal contesto sociale in cui il soggetto vive, e tali meccanismi possono anche non essere validi, ma rimane ugualmente interessante capire cosa accade negli altri animali.

Sempre parlando di evoluzione e di umanità, abbiamo voluto ripercorrere la storia evolutiva della nostra specie grazie al libro “Homo Sapiens ed altre catastrofi” di Telmo Pievani. Filosofo, biologo ed esperto della teoria dell’evoluzione, l’autore ci spiega (in un audio di una conferenza che potete ritrovare in versione integrale qui: https://www.youtube.com/watch?v=Oeq9FhFus1s) come il percorso che ci ha portati, come specie, ad essere ciò che siamo oggi sia un sentiero di condivisione, per milioni di anni, con altre specie pre-umane contemporanee, di diversi livelli evolutivi fisici, tecnologici e cerebrali che non hanno mai seguito un progresso lineare, quanto più un percorso a cespuglio dalle innumerevoli ramificazioni. Il fatto che attualmente rappresentiamo l’unica specie Homo sul pianeta, non significa che lo siamo sempre stati, né che questa situazione fosse deterministicamente inevitabile.

La nostra storia antica è stata costruita attraverso il nascere ed il morire di sentieri evolutivi diversi e contemporanei: nello stesso momento, alcune specie simili a noi assumevano la posizione eretta, altre, da ancora a 4 zampe utilizzavano la pietra, alcune si estinguevano e altre nascevano, con cervelli più grandi o più piccoli, in continuazione, senza una vera evoluzione progressiva, ma in base alle modificazioni geologiche, climatiche, catastrofiche, e così via. Insomma, come nel caso di qualsiasi altra specie, è stata una storia determinata dal caso delle mutazioni circostanti e dalla capacità di adattamento ad esse, non dal loro controllo come la narrazione antropocentrica vorrebbe farci credere.

La stessa cooperazione tra esseri umani ha delle spiegazioni biologiche ed evolutive, in quanto all’interno di gruppi sociali coesi, il gene dell’egoismo, per quanto possa essere presente, non ha, sul lungo periodo un effetto dominante, per il fatto che un insieme di individui che cooperano e solidarizzino risulta evolutivamente più forte e stabile di un insieme di individui in conflitto o egoisti.

 

 

 




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