Entendre l’inaudible – part.1

Famose Male. Un racconto per immagini di dischi impossibili, musiche altre e lunghi silenzi.
Il destino dell’avanguardia, la forma del suono e la sua interazione con lo spazio. Tutti significati “altri” di intendere la parola musica, attraverso la compilazione casuale di un report “fotografico”.

Pauline Oliveros, Stuart Dempster, Panaiotis – Deep Listening (1988)
Anno 1988. Pauline Oliveros, Stuart Dempster e Dimitri Panaiotis scendono in una cisterna metallica dismessa dall’esercito USA nei pressi di Seattle, Washington. Insieme alle loro nude voci si portano soltanto un kit di strumenti acustici. Laggiù, a settanta metri di profondità, trovano un riverbero naturale lungo 45 secondi. Quello che è successo in quella cisterna è una lunga striscia luminosa rimbalzata all’infinito dai metalli profondi circondati dal cuore della terra. Inizia l’ascolto profondo, una esperienza di environmental music tanto radicale quanto mistica. Puro suono totalizzante reso fosforescente e metafisico dalle particolari caratteristiche degli spazi. Un gesto di pura appartenenza dell’uomo e della musica alla matrice della nuda terra.

Veliotis • Sugimoto • Kinoshita • Unami – Quartet (2005)
2005. Taku Sugimoto, Taku Unami, Dimitris Veliotis, Kazushige Hiroshita. Suonano violoncello, chitarre e violino. Suonano si fa per dire. La traduzione della parola giapponese Onkyo è suono. L’antitesi di silenzio o la sua affermazione?. Superate tutte le avanguardie del 900, persino un mostro sacro come Cage, questo “quartetto” indaga le parentesi lasciate aperte dal vuoto assoluto. Sceglie la via del ricordo per rimandi. In mezzo a tutto un silenzio gravido e insopportabile, peraltro laterale, un sinistro nulla che incrocia il buio totale, come se l’ascolto fosse concentrato tanto sul prima che sul durante. Immaginate di ascoltare un concerto fatto in un’altra stanza, la cui ripresa sonora si concentri prevalentemente su “dettagli” come lo scalpiccio dei piedi dei presenti, il rumore degli oggetti che via via si sistemano sul palco. Una cartolina da un sogno, inframezzato da un crescendo di corde sfregate che rimandano, ancora, a quel 900 sperimentatore del fisico e del metafisico. Se si cerca oggi di indagare la relazione tra spazio e silenzio, si deve ripiegare qui.

Luigi Nono – La lontananza nostalgica utopica futura per violino solo e 8 nastri magnetici da 8 a 10 leggii (1988)
Il violino di Melise Mellinger più otto nastri magnetici diretti da Salvatore Sciarrino per un opera inquietante di Luigi Nono dal titolo: “La lontananza nostalgica, utopica futura”. Composizione di musica ragionata per incastri numerici dal valore esoterico, dal punto di vista musicale è una vicenda misterica di droni che compaiono e scompaiono mentre i nastri ripetono stranite melodie sullo sfondo. Le tinte sono nere e gli accenti acuti del violino riverberato producono istanti interminabili di ansia febbrile in cui è il suono a staccarsi dalle nostre orecchie più che ad entrarci. Pervasi dall’illusione della sua negazione, siamo stati condotti in abissi mentali degni di una seduta di ipnosi, interrotta da voci lontane, che potrebbero anche provenire da dentro l’ascoltatore. Una ferita aperta per la composizione contemporanea, quest’opera di Nono è una indagine sull’inconscio condotta da uno scienziato pazzo che con lucidi diagrammi numerici mostra al mondo il suo concetto di terapia nervosa subliminale.
Come la percezione sonora possa alterare i ricordi, quali siano gli esiti di un futuro inquietante che ci si apre davanti e se sia vera l’ipotesi di controllo delle coscienze in una nostalgica utopia futura, questi sono i campi d’indagine di Nono. Precisamente, basteranno per turbare i sonni dei musicisti dei prossimi futuri 50 anni.

buon ascolto

 

 




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