Il piccolo samurai

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Se Yoda avesse provato a suonare la tromba, sarebbe uscito un suono così. Toshinori Kondo, classe 1948, è un samurai. Ingegnere meccanico fuoriuscito prestissimo dalle equazioni è partito 40 anni fa per un viaggio di senza ritorno verso un altrove della musica. Obiettivo non dichiarato suonare come Miles Davis. Ma l’inizio del sogno fu travagliato: lo sconsigliarono, medici e amici perchè, dicevano, non aveva i fisico per fare il trombettista
Mai pronostico fu peggiore. Non solo Kondo riuscì grazie ai poteri della meditazione ad allungare a dismisura la sua potenza di respiro a discapito di una corporatura da esile giunco, ma diventò ben presto riferimento e addirittura feticcio per i più radicali e innovativi musicisti jazz delle ultime 4 decadi. Tanto raffinato quanto anticonformista ha posto asticelle via via più alte al suo cammino, fluttuando, anzichè spezzarsi. Dalle scorticature del freejazz fino ai campionamenti di oggidì, non è possibile vedere questa vicenda se non da un punto di vista squisitamente spirituale. Con una discografia sterminata più o meno come l’elenco telefonico di Tokio non si possono prendere pezzi a caso. Tutto Kondo in 3 mosse:

1ma mossa: blow the heart
Kondo è esile. Non è facile se vuoi fare il trombettista free jazz. Nel 1972 lascia la natia Imabari e si trasferisce a Tokio. Mette a fuoco lo stile del Shintaido, rendendolo utile alla sua musica. Avrà modo di dire della sua tromba “Quando un bambino nasce, urla allo stesso modo in qualunque parte venga al mondo. È questo che intendo per origine etnica. Ed io voglio ritrovare le mie origini attraverso la mia musica”. Ecco appunto, un uomo in missione. Assieme al batterista Toshiyuki Tsuchitori al sax di Mototeru Takagi ed al basso di Motoharu Yoshizawa fonda l’Evolution Ensemble Unit, suona in tutto il mondo con Derek Bailey, Kaoru Abe, Peter Brotzmann, Andrea Centazzo, Milford Graves, Eugene Chadbourne. Sono anni di protesta e di rottura. La musica si fa aspra, scontrosa. Sembra che Miles sia stato candeggiato e ischeletrito. Attraverso questi incontri occasionali dal valore storico decisivo, Kondo apprende e riprende le sue radici espandendole in uno stile unico, feroce e ribollente ma anche melodico e impalpabile, a tratti evanescente. Questa mossa di ying e yang darà nuovi e strani frutti nei decenni successivi. Considerate gli album di Kondo da 1974 al 1989 e ne avrete un’idea. Considerate ad esempio un live del 1979 con Derek Bayley e il troppo presto scomparso Kaoru Abe, chiamato Aida’s Call.
2a mossa: uscire vivi dagli 90.
La rivoluzione tecnologica in Giappone ha portato il digitale in ogni settore della vita moderna. Anche la musica è uscita di testa. Il mercato del boom economico richiede sempre maggiore easy listening per vendere prodotti di consumo delle reclame e contemporaneamente monta il suono di nuovi e scattanti giovani, più adusi ad un rhythm controller che alle campane lucenti degli ottoni. In una apparente spersonalizzazione dell’universo musicale che viene mesmerizzato attraverso le televisioni ed il videoclip, Kondo riesce ancora una volta a trovare il bandolo. Cresce letteralmente insieme ad artisti nuovi, capaci di fondere i generi dell’elettronica. Da Dj Krush ad Eraldo Bernocchi fino a Bill Laswell, quando è stato chiamato a firmare ha risposto egregiamente, rifondando alla fine un nuovo concetto di improvvisazione, basata su schemi e suoni emessi da macchine all’apparenza senz’anima. La musica qui composta la potremmo definire “Breathing electronic jazz”. E ne vengono fuori prodotti ancora una volta nuovi, passepartout per aprire le porte di nuove conoscenze.
3a mossa. oggi
Kondo oggi vive ad Amsterdam.  Gli anni 2000, con il loro carico postmoderno di progresso e devastazione sono stati uno spartiacque nuovo nella vita del nostro. Che invece di impazzire si è dedicato ad una ricerca personalissima tra newage, ambientalismo e nu sound (ancora una volta). Ha suonato la sua tromba in solitario nel deserto del Negev, insieme ai monaci tibetani di Lhasa sull’Hymalaya, ad un crocicchio nel deserto dell’Arizona o in un tempio di Koku. Un nuovo passato è riemerso in questa storia, altro ennesimo segnale di rottura, come era stato con il free jazz nei lontani ’70. E come in ogni parabola zen che si rispetti, il cerchio, simbolo di immortalità ed eterni ritorni, si chiude.
Personaggio dolce e disponibile non ha mai preso un grammo di spocchia da artista. Da sempre dipinge bellissimi acquerelli, ha recitato in molti film e collabora con i progetti del Dalai Lama. Troppo?
Lui risponderebbe con una frase del buddha “L’attenzione è il sentiero conducente all’immortalità, la disattenzione è il sentiero della morte; gli attenti non muoiono, i disattenti sono già come morti”. vivi a lungo, toshinori!




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