Ma quale musica colta…

Con le serate dedicate al jazz, raccogliamo una duplice sfida: anzitutto verso l’”esterno”. Cerchiamo di riempire la sala, soddisfacendo i musicisti e gli spettatori, spendendo poco (o niente). Questa come sfida potrebbe già bastare da sola. Ma vorremmo che questa “sfida” fosse anche da “dentro”. Tra di noi c’è sempre un certo umorismo quando si parla di jazz. E’ una deformazione culturale che quei bastardi di critici e avvoltoi vari delle labels sono riusciti ad imporci. Si parla del jazz come di Socrate, o delle Piramidi, della lineare B, di cose autorevolissime e persino un po’ inquietanti ma estremamente vecchie e noiose, riservate ad un pubblico di bavosi in grisaglia. E’ come se il significato di questa musica, la sua comprensibilità, fossero rimaste intrappolate in un mondo a parte, appannggio di una casta di “sacerdoti” chiamati a spiegarla in termini più specifici del nostro semplice godimentio estetico.

Con la musica jazz abbiamo un conto aperto, poiché troppo spesso, come ascoltatori, abbiamo messo la ragione davanti al cuore, i modelli culturali e qualsiasi altro metro di paragone possibile per decifrarla, cercando incessantemente di spostare l’ignoto sulla tavola dei comandi decifrabili. Errore! E’ ora di rialzare le orecchie. Il Jazz NON E’ musica colta riservata ad una casta di ottimati, ma sensazione, che tracima dall’anima e si trascrive, persino istantaneamente (senza spartiti, idee, preconcetti), in forme diversissime, comprensibili ed accessibili a tutti. Non è un caso che i primi a capirla siano i bambini, dotati di istinto più che cultura. Il jazz è amicizia, rispetto, talvolta simbiosi, che possono durare una vita. Il jazz è comunicazione, in tutte le forme possibili, interazione, linguaggio non scritto. Il jazz è un codice sonico infine semplice che nasce dalle musiche che abbiamo dentro. Esiste a prescindere da che cosa sia. Spiegarlo con gli strumenti razionali sarebbe noioso, stupido, inutile. Come fai a spiegare un fiore con il linguaggio della scienza, quando basta guardarlo e annusarlo per carpire almeno una parte del mistero naturale.
Ho visto recentemente Han Bennink spiegare la musica ad un gruppo di (attentissimi) bambini. Bennink, quasi 80 anni, elegantissimo mette un piede con scarpa sul rullante ed inizia a produrre un ritmo isterico e tribale alternando come superficie battente il suo piede appunto, e il rullante. “Da quando ho 6 anni suono le bacchette sulle scarpe, sul tavolo, sul formaggio”, dice Bennink. “La musica è dappertutto e nasce ogni volta che la chiamo, semrpe diversa”. Sorprendentemente nessun bambino ha fatto commenti del cazzo tipo “ma non si suona così la batteria!”. Tutti hanno compreso il senso ultimo. Sono sicuro che molti, tra qualche anno, potranno ritrovare quel signore così alla mano. E’ uno dei più grandi musicisti di questo secolo. Ma non ditelo a nessuno, potreste rovinare un segreto.

5 dischi per prenderla diversamente, 5 percorsi intrecciati su strade solitarie, 5 idee di come tutto si sintetizzi in un’alchemia oscura che nessuno potrà mai spiegare con la ragione. Buon ascolto!!

Francois Tusques Intercommunal Free Dance Music Orchestra – Après La Marée Noire. Vers une Musique Bretonne Nouvelle
La marèe noire. Potrebe andare bene per descriverlo. Tusques e soci hanno costruito un’orchestrona free con scampoli del folklore bretone. Aggiungendo un pizzico di blues alle melodie antiche dell’oceano. Ricontestualizzando la bombarda come strumento da banda per quel suo suono vagamente “a conchiglia” hanno spostato l’asticella verso un passato semplice che deve assolutamente essere riscoperto prima che il mondo (dicevano, a ragione) venga spazzato via.
Per una associazione gustativa a questa frase e a questo disco può valere come spiegazione questa immagine: Un gruppo di amici si riunisce a sera davanti a roquefort, burro salato, ostriche e birre rosse per parlare di come non sia poi così tanto lontano il passato.

Peter Brotzmann Trio – Live at Hannover, Funkhaus des NDR 1974
Non so se suonare un pianoforte da concerto con le chiavi di casa rientri nel concetto di musica contemporanea improvvisata. D’altronde non so nemmeno se quello fosse l’abbigliamento giusto per l’occasione e poi non si sa chi dia queste premi, chi stabilisca questi confini. Ad ogni modo una delle immagini più belle di quella stagione infinita è tutta nei 50 minuti di questo concerto. Ciò che Brotzmann intendeva con, Reaching the borders of music.
Il concerto inizia con la storia delle chiavi, appunto. Fred Van hove a petto nudo che tortura un piano mentre bennink, suona un strumento autocostruito che ricorda qualcosa di primitivo, come un bastone pastorizio etrusco. Con respiro circolare, giusto anticipato da rapide fiammate, entra precisissimo anche Peter, così Han schiaffeggia le pelli e la locomotiva può partire.
Questo è un manifesto, più che alla musica, agli obiettivi ed agli istinti dell’uomo. E’ una celebrazione, per quanto intima di un successo del secolo scorso, d’un’idea di libertà che da vicino ricorda le idee felici dell’anarchismo.

Jimmy Giuffre/Seteve Swallow/Paul Bley – Graz 1961
Quanti piccoli segni di disturbo sulla pagina seriosa, come macchiette di vino su una camicia immacolata… perchè, non è vero che la storia del Jazz potrebbe essere scritta raccontando solo le pisciate fuori dal vaso?
La seconda fase della vita artistica di uno dei massimi geni del jazz contemporaneo è costellata da un meraviglioso abbandono melodico. Forse nel 1961 nessuno avrebbe potuto anticipare che queste meccaniche avrebbero scavalcato l’east river, finendo sulle labbra di Ayler e di lì in tutto il mondo con il nome di piuma di free jazz. E’ una musica gentile, sempre aggrappata al clarinetto di Giuffrè, perfetto esecutore di melodie intricate che suggeriscono una leggera inquietudine. Un effetto simile alla leggera euforia dell’alcol, una brezza, una foglia caduta. Hic et Nunc destinato a durare per sempre. Vedesi i 3 di Ken Vandermark per capire quanto grande è stato questo silenzioso signore.

Masayuki Takayanagi New Direction Unit – Live At Moers Festival [1980 2001 Blind Mice]
Jojo è stat un creativo ma prima ancora un coraggioso sperimentatore. Ci vuole poco perchè ti dicano “masturbatore”, “rumorista”, “idiosincratico”. Questo a lui non lo potremmo mai dire, tanta è stata l’alternanza tra cool in acustico e sprazzi di rumore puro.
Al prestigioso festival olandese questo quartetto di “allievi delle tenebre” porta l’esperienza della free music vista da Est, più l’inquietante e imitatissimo suono fatto di spasmi e contrazioni timbriche su fondo bruno. Se gli europei guardavano a gli afroamericani per superarli a destra, i giapponesi sfogliano antiche carte di riso, dove sono raccontate le incomprensibili regole dell’arte chiamata Onkyo. Un metodo di composizione istantanea tanto semplice quanto innovativo, chiedete ad Haino, per esempio, quanto questa musica sappia aprire varchi nelle tenebre, spostando grandi masse di note con una sensazione dinamica spaziale, ma su spazi chiusi e intasati che possono far pensare ad una minuscola pagoda. Takayanagi dal verso suo fa il samurai. Dice e non dice. Fino ad esplodere in una delle più belle polluzioni solistiche che mi ricordi, l’inquietante e licantropesca chiosa del concerto, affidata alla lunare  “subconscious lee”. Almeno una volta nella vita lo consiglio.

Mario Schiano con Ganelin Trio – A Concert in Moscow and Vilnius [1968]
File under appuntamenti al di là del muro.
Quando il ministero per la propaganda rispose seccamente a Vladislav Ganelin che non era il caso che la Russia comunista fosse  meglio degli americani anche nel jazz e nella musica d’avanguardia, ci azzeccò e di brutto.
La storia fu che Ganelin si trasferì a produrre dischi in Estonia, sperimentando una alchimia tutta sovietica che fondeva avanguardia e post-bop in una cornice radicalmente altra.
Su questi nastri registrati tra Mosca e Vilnius ci sono diversi indizi storici. Ma per carpirli bisogna penetrare questo mistero e farsi trasportare, semplicemente, dai mood di Schiano e Ganelin. Artisti che facevano applaudire il pubblico prima del dovuto, musicisti immensi capaci di produrre melodie invincibili e rumori sfrenati, uomini capaci di giocare ad inventare mondi che non ci sono per sfuggire all’esistente. La censura, compreso il pericoloso movente sovversivo, farà il suo lavoro, finchè molti preziosi lavori non saranno recuperati da una ex spia russa di nome Leo Feigin e ristampati in cd.




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