PORTAMI SU QUELLO CHE CANTA – LA PERLA DI LABUAN 28/7/2019

Riccardo

“Quando tutto era finito non potevo nemmeno camminare dal dolore e non vedevo l’ora che finisse. Ma perché torturarci cosi?” E’ un brano della testimonianza di una delle tante vittime del professor Giorgio Coda, direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Collegno dal 1956 al 1964 e dell’Ospedale Villa Azzurra di Grugliasco dal 1964. Lo strumento era una cassetta di legno lucido 47 cm. per 37 per 17. La vittima veniva prima immobilizzata da 3 o 4 infermieri, poi gli elettrodi venivano applicati alla testa o alle parti genitali, e infine veniva azionata la corrente elettrica. Sempre alla presenza degli altri ricoverati, in modo che il terrore fosse amplificato e generalizzato. Questa e altre testimonianze sono raccolte in “Portami su quello che canta – Processo a uno psichiatra” di Alberto Papuzzi. Il titolo si riferisce a una frase del professore-torturatore che, dalla finestra del suo ufficio, indicava nel cortile il degente che aveva deciso di torturare quel giorno e di cui non ricordava il nome. “Dalla paura si portò via un pezzo di carne mordendosi un braccio.” Nel 1968 arrivano le prime segnalazioni. L’Associazione per la Lotta contro le Malattie Mentali realizza il libro “La fabbrica della follia”. Nel 1974 inizia il processo che vede Coda sul banco degli accusati e gli ex-ricoverati che raccontano le loro storie, assistiti dagli avvocati Bianca Guidetti Serra e Gian Paolo Zancan. “Lui é lì, come tutti noi. Lui che una volta dettava legge. Lui isolato, noi insieme. E’ una grande soddisfazione. In un certo senso, giustizia é già fatta.” Udienza dopo udienza, si succedono i racconti delle vittime e di un infermiere (l’unico) che depone contro il suo ex capo. “Il più delle volte dopo alcune scariche si verificava fuoriuscita di feci e sperma. Le urla erano agghiaccianti.” Il 12 luglio 1974 il Tribunale di Torino condanna il professore-torturatore a 5 anni di detenzione (di cui 3 condonati), all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e per 5 anni dalla professione medica e al pagamento delle spese processuali. E’ una sentenza che fa epoca, anche se non ha toccato i molti rappresentanti della classe medica torinese che sapevano e hanno aiutato o taciuto, e molto resta ancora da fare. Buon ascolto.




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