Zoo in crisi ed astroecologia, tra gabbie reali e virtuali

Gli effetti economici negativi dovuti alla pandemia da Covid-19 ed al relativo decreto “Io sto a casa”, non hanno tardato a pesare anche sulle casse delle attività di sfruttamento animale a scopo d’intrattenimento come gli zoo e i circhi. Una volta sparita la folla esaltata di persone che solitamente si accalca di fronte alle gabbie, e prosciugato il fatturato per riuscire, senza nuove entrate, a mantenere con quintali di cibo tutti gli animali esotici e non, che sono lì presenti, con uno staff ridotto anche al 10% del normale, queste strutture si rivelano ancora di più per ciò che sono, in tutta la loro tristezza e desolazione: delle prigioni per animali fatti nascere, crescere e morire in schiavitù per essere esposti e spettacolarizzati agli occhi del cliente pagante. Come fare allora in questo momento di crisi a raccogliere qualche soldo in più? Ovviamente tramite la retorica pietista degli animali in difficoltà, che senza l’essere umano che li osserva non sono più gioiosi come prima ed “hanno bisogno di coccole”. Una campagna pubblicitaria ipocrita ed antropocentrica, che speriamo non faccia presa sul pubblico, così da poter far fallire definitivamente l’attività di questo tipo di strutture.

In un periodo come questo, in cui gli animali selvatici hanno finalmente la possibilità di riappropriarsi di nuovi spazi lasciati deserti dall’uomo, apprendiamo che la stessa idea di “grande fratello” che sta dietro all’esposizione dei corpi negli zoo comincia a farsi strada anche in alcune zone selvatiche sensibili del nostro pianeta: arriva infatti la cosiddetta astroecologia e l’Internet of Wild Things, due nuovi campi di studio che mettono a disposizione di biologi e gestori di parchi degli strumenti originariamente utilizzati rispettivamente per riconoscere le stelle e per il controllo sociale; si tratta di dispositivi di identificazione biometrica, algoritmi di apprendimento automatico ed intelligenza artificiale, RFID, telecamere termiche e a infrarossi, droni, ecc, che vengono utilizzati formalmente per poter osservare gli animali in qualsiasi condizione, ricevere in tempo reale una grossa quantità di dati e poter contrastare il bracconaggio. Il risultato reale invece è che la tecnologia della sorveglianza si infila nell’ambito della biologia e della conservazione ambientale, per fare dei parchi nazionali e di altre zone a rischio delle vere e proprie zone di controllo in stile militare.

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