Che cos’è la vegefobia

 

Il termine “vegefobia” è stato coniato in Francia nel 2013 all’interno del Veggie Pride per classificare quei comportamenti di scherno e derisione verso chi ha scelto una dieta priva di carne.
Infatti la critica rivolta a vegetariani o vegani spesso non avviene attraverso l’uso della violenza o della contestazione diretta, ma con battutine e frecciatine sul lato etico di questa scelta, che, se portate avanti con sistematicità, possono risultare pesanti per chi le riceve.

Come sottolineato, non è un problema di vittimismo, ma l’osservazione di un fenomeno molto diffuso, che ha radici più profonde di quello che può sembrare un semplice scherno, e per questo va approfondito.

D’altronde, l’ironia è sempre stata usata come arma per screditare le idee altrui, e mette l’interlocutore in una posizione non semplice: se reagisce, viene accusato di mancanza di umorismo ed eccessiva serietà, ma se non risponde o asseconda il gioco, implicitamente conferma la mancanza di serietà della questione ed è costretto a mettere in secondo piano le proprie idee.

È l’antispecismo, e più in generale la critica al privilegio di specie e al dominio umano sugli altri animali ad essere tacciato dalla mentalità dominante della società. Non sono le motivazioni ambientaliste o salutiste a creare derisione, perché largamente accettate da tutti, ma bensì è l’aspetto etico che crea inquietudine perché smaschera il sistema di sfruttamento e violenza che si cela dietro il consumo di carne. Quindi la derisione viene utilizzata perché svaluta l’aspetto etico della scelta vegana/vegetariana.

Anche sul lato istituzionale si riscontrano forme di vegefobia: i mass media, gli istituti carcerari o sanitari, le mense scolastiche difficilmente propongono soluzione vegane/vegetariane, anzi spesso sono scelte che vengono rifiutate e a volte criminalizzate. Dunque una fobia politica, che impedisce la concretizzazione di un’istanza, quella antispecista, e che impedisce l’autodeterminazione alimentare dell’individuo nonché la diffusione di una critica al sistema di dominio prodotto dagli allevamenti.

Alla volontà politica di non riconoscere la vegefobia si alterna la pubblicità edulcorata del mercato dell’alimentazione veggie che propone una scelta facile e comoda, ma dimentica i presupposti etici di una scelta alimentare così radicale.

Alla normalizzazione intrapresa dal mercato e ad una maggiore consapevolezza sul vegetarismo degli ultimi anni, corrisponde una maggiore fobia verso chi parla di individualità e soggettività animale.

Evidente risulta l’analogia con un’altra forma di discriminazione: l’omofobia. Il lato empatico verso gli animali è vilipeso tanto quanto l’omosessualità: la prospettiva eterocentrica e maschilista della società tende a ridicolizzare chi dirige l’attenzione verso gli altri animali, con l’accusa di mancanza di virilismo e eccesso di sentimentalismo.

L’omofobia è il risultato di un ordine sociale basato su una chiara assegnazione dei generi maschile e femminile, sulla dominazione maschile e sull’eterosessualità. Mettere in discussione questi ideali di genere dominanti e patriarcali significa essere ridicolizzati, stereotipati e attaccati, anche qui nascondendo il punto del discorso. Allo stesso modo la vegefobia è il prodotto di un sistema basato sulla stretta differenza tra animali umani e non umani, nel rifiuto di considerare gli interessi e necessità degli altri animali e nella dominazione umana sulle altre specie. La gente chiede ai vegetariani/vegani: “Ma allora cosa mangi?” con la stessa provocazione ed incompresione di chi chiede alle lesbiche: “Ma come lo fate?”. In entrambi i casi, la gente immagina che la persona sia sfavorita, incompleta e carente di un’identità sessuale o di una dieta alimentare soddisfacente”

L’immaginario collettivo che lega la carne alla virilità è una delle prime cause della vegefobia, seguono poi il piacere personale e la tradizione culinaria che davanti al vegano/vegetariano si trasformano da questioni personali a dati di fatto incontrovertibili. Ed è proprio la volontà di non capire, e ancor più di ridicolizzare le scelte altrui, che diviene vegefobia, quindi discriminazione.

Ne parliamo con Marco Reggio, attivista per la liberazione animale:




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