Come ti uccido un’idea – riflessioni sulle società malate e sui nastri in cassetta

Adoro le cassettine. Ogni volta che ne maneggio una, chissà perchè, penso a quel tempo (oramai un luogo della mente) in cui i nastri erano lo sfogatoio di una gioventù repressa e depressa, certo, ma mai addomesticata. Sento l’odore di cantine muffite, birra rancida, mal di testa per i fumi di una fotocopiatrice che stampigliava gl’incubi di una intera generazione.
A testa alta e contro il rincoglionimento imposto dalle misure di rigore nell’europa della Tatcher, un esercito di giovani punk, mal vestiti, sboccati, poveri in canna ma soprattutto senza una minima idea di come farlo, ad un certo punto lo fece.
Nasceva una corrente sommersa destinata ad alimentare in continuo le fantasie degli adolescenti, in germania come in uk, in italia come in giappone. Qualcosa che oggi non riusciamo a concepire, immersi dentro spotify che ti prepara le playlist, oppure guidati come burattini ad un filo, dai nuovi gusti di qualche producer, di facebook o di google.  Qualcosa che riguarda più la libertà da cliches, regole e convenzioni piuttosto che la musica in senso stretto.
Quando l’ipnosi di internet e del cellulare non esisteva, ritrovarsi era necessario, ribadendo il senso di “compagnia” o “gruppo musicale” anche quando il protagonista era anche solo uno. DI una cosa sono convinto: anche nelle cantine più lercie di Bristol, persino nei bassifondi di Tokio tra tossici e spaventapasseri umani, 20 anni fa si viveva con un’idea più precisa di dove stare, cosa fare e perchè. La ricerca spasmodica di spazi d’aria garantiva autonomia di pensiero persino nelle più misere condizioni.

Le grafiche disegnate in casa, il collage e la bassa qualità delle registrazioni erano l’artiglieria a disposizione del movimento. Un nemico grande come un leviatano stava pian piano distruggendo le coscienze. Ritagliare, fotocopiare e incollare, da una zine ad una tapes era un modo per sezionare questo mostruoso presente e rimontarlo, a seconda dei casi, per farlo sembrare grottesco, elefantiaco, stupido, esattamente com’era.

Fotti il potere prima che lui fotta te, costringendoti a fare la fila al supermercato, per la pensione od il sussidio, dietro a qualche super offerta per un mutuo.
La stagione delle tapes, (soprattutto in inghilterra ma non solo) fu un caso unico di fusione totale tra pensiero anarchico e comunitarismo, autogestione e creatività. Nacquero i Throbbing Gristle, un must per chiunque si sia mai approcciato con la musica sperimentale diy. Se avessi ascoltato Genesis P.Orridge non avrei neppure aperto il conto in banca, per Pseudo Code e Monte Cazazza mi sarei dovuto ritirare da qualche parte e non farmi vedere più.  Avevano ragione.
Questo orgoglio del “fatto in casa” poi non aveva solo connotazioni politiche, seppure fossero evidentissime anche solo esteticamente. Pur non volendo tagliare paragoni con il coltello, posso dire che industrial, punk, elettronica da accatto, folk-low fi, muzak e chillout, battiti wave e rigurgiti noise, avevano in comune una sfiducia cieca nel progresso, una specie di astio generalizzato verso un futuro di macchine schermi e controllo remoto sulle vite, sulle coscienze; sullo sfondo il lavoro salariato come mezzo per irregimentare le masse “rozze” delle periferie, un nemico dichiarato per gli esseri liberi, la più subdola forma di ricatto a sfondo schiavistico mai percepita come tale ad un livello simile. L’idea per cui senza salario non potessi neppure permetterti un registratore a 4 piste era una vera e propria provocazione. Ma vorrei spingermi più in là: quello che veniva contestato attraverso la musica diy era il principio per cui se non hai un fottuto lavoro non avrai neppure una casa, uno stereo, figli e famiglia. Sarai ricompensato con il marchio d’infamia e con niente più della miseria.
Questa sfiducia mescolata al disprezzo puro per tali scenari, sarà la scintilla dell’hardcore (qui da noi), tanto per acomunare ciò di cui si parla con qualcosa di noto. Le profezie dei punk che stampavano tapes si sarebbero puntualmente verificate. Le villette a schiera sbiadite sulle copertine di Nocturnal Emissions sono la prova del nove. Il buon gusto irrancidito su nastro, il terrore per tutti gli allineati, i padri di famiglia, i lavoratori, i figli, le spose e le tradizioni.

Una profezia da fantascienza malata alla quale ancora oggi si fatica a credere. Quello che ci dicevano era “attenzione: sarà sempre peggio. Buttate la tecnologia, rifiutatela.” Pochi li avrebbero ascoltati.

L’industria musicale, la politica, i costumi e le abitudini della società “giusta” furono il peggior nemico del DIY e delle tapes. Questa rigida piramide di ruoli che è la nostra società mai ha digerito e mai digerirà l’autonomia degli individui. La pericolosità , parlo sempre dell’Inghilterra, di un movimento politico che sapesse comunicare graficamente e musicalmente, facendo tutto da solo senza dipendere da nessuno, fu intuita ben presto. A subire la normalizzazione saranno tutte (o quasi) queste produzioni messe in ginocchio da nuovi idoli preconfezionati per addomesticare le masse. Le offerte speciali, i ricatti del conformismo e la repressione faranno perdere terreno all’abitudine di riempirsi i nastri. Quello che fu un esperimento unico e irripetibile venne catalogato da una critica bigotta e conformista come una svomitazzata di muzak fatte da disadattati incapaci di venire a patti con regole e convenzioni. Fu ignorata la portata critica e venne rimarcato solo il lato estetico, deforme ed in certi casi persino vietato. La retorica futile su cosa significassero le copertine di Whitehouse e se lui fosse veramente nazista, fanno ridere. Suonano tristi, oggi che nuovi nazismi (questi veri però) avanzano e godono di vastissimi consensi. Il sogno (o l’incubo) sarà nuovamente chiuso in un cassetto.
Più che osservare il fenomeno come una manifestazione altra di una cultura ormai ridotta ai minimi dal consumismo e da nuovi miti di plastica amplificati dalla tele, il mondo istituzionale seppe soltanto spargere paura e discredito su “un gregge di hippy drogati”, come li chiamava la Tatcher (dimostrando di non capire un cazzo), riducendo il tutto a “spazzatura” prodotta per l’appunto da “rifiuti sociali” incapaci di conformarsi e, come tutti, suonare per benino una maledetta chitarra con gli amici facendo cover beat.

La nascita (anche se il termine non indica proprio una gesatazione seguita da un parto, quanto più un fenomeno evanescente simile al poltergeist) della musica industriale estremizzerà questa reazione epidermica, concentrandosi su scenari ancora più neri e apocalittici, con frequenti richiami al genocidio nazista, alla segregazione delle minoranze, alle perversioni sessuali che non puoi raccontare, ad una società impazzita dove succedono bestialità inaudite, atrocità scomposte e sulla quale aleggia la violenza e la segregazione in tutte le sue forme.

Da questi presupposti da un lato all’altro del Pacifico, sempre su un brulicante sottobosco di cassette carbonare, verranno partoriti mostri deformi che prendevano l’industrial e l’avanguardia per spingerla fino alla “non musica” od alla distruzione della musica. La società sarebbe diventata ancora più mostruosa, tentacolare, sicuritaria e malata di controllo. Andate a riprendervi qualche produzione di Wolf Eyes primi ’90, Onsen Violent Geisha, Gerogerigege, Masonna ma solo se avete coraggio. Perchè la realtà supera di gran lunga la fantasia. Statevi accuorti.

Qualche tapes andata a male, tanto per capire di cosa si parla (molto è su youtube)

Metamorphosis – Conception Live @ the Ad-Lib Club Nottingham (1982)
Una ipotesi seriamente malata di funk bianco, con una voce tossica ed effettata che caracolla quà e là, sbandando nel verso animalesco. Un clichè industriale con la passione per una ipotesi di danza sotto effetto di droghe a buon mercato. Quando le periferie inglesi sognavano la techno ma sfogavano la rabbia atrraverso impianti audio di pessima qualità. (credo che anche la birra gli facesse cagare). Un must di un tempo che non tornerà mai più indietro.

Lifetones – For A reason (1983)
Charles Bullen lasciera This Heat per una ipotesi di reggae bianco. Niente di strano, quella musica è diffusissima negli eighties albionici, quindi perchè no? Solo che Charles non è un tipo normale e figurati cosa ne è venuto fuori. Reggae, Dub e contorsioni timbriche accompagnate da quella voce nasale che non è difficile riconoscere. Se King Tubby si fosse ammalato di depressione, se i suoi strumenti avessero avuto quel tono vagamente “in minore”, se avesse fatto musica per una (ipotetica) comunità di bianchi annoiati segregati in una casa occupata, Beh, avrebbe suonato così, o quasi. Capolavoro deforme, mi ha fatto capire che non è solo il rumore ad essere inascoltabile, questa è una cassetta capace di farci venire il rigurgito. Ma non è per lui, è per quella società deformata di cui questa tape è lo specchio.

This Heat – Made Available live @ Peel Session (1983)
Schegge impazzite. Persino durante il live da Mr.Peel, uno che ne ha sentite tantissime, si intuisce come siamo fuori dalla “norma”. Ammesso che sia mai esistita. La musica è un frullato di Math rock (che non era stato ancora inventato), prog furioso suonato da un dinamitardo, emissioni bavose di rumori colanti per macchine impazzite, momenti di puro divertissement avanguardista. Il tutto tenuto insieme da una compattezza musicale straordinaria, come a voler rimarcare, senza intellettualismi, che l’unica forma di rock della contemporaneità è questa miscela spezzata e sporca. Privo di termini di paragone, mi fermo qui dicendo solo che l’influenza di questa band (che per altro ha fatto anche dischi LP e non solo tapes) è infinita, solo che i fighetti non lo ammetteranno mai. fottetevi.

Dub Sonic Roots w Nerve Net Noise – Live at Uplink Factory (1997)
Dal Giappone e dove sennò. Una contaminazione tra il dub e il noise ma dimenticate Bill Laswell.
Questa è muzak, suono per gente obliterata al peggio ed oltre. Una vivisezione di un gusto che stava montando in Japan (quello per il reggae e il dub) fatta dal vivo, senza compromessi di sorta. Quando il dub incontra la nota marrone, in un inferno moderno di tubi luminescenti che sparano onde quadre ai limiti dell’ascoltabile. Se gli alieni suonassero dub nei giorni in cui gli viene la febbre: tu chiamale se vuoi, polluzioni. Immenso.

 




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