dalla crisi finanziaria al capitalismo estrattivo

il capitale finanziario mette sul mercato valore futuro non ancora realizzato: lavoro, risorse, merci ed energie che ancora non esistono, ma si capitalizzano in titoli di proprietà fittizi, in un processo autotelico di investimenti a lungo termine nell’ottica di una crescita infinita. Si tratta invece di capitale che si accumula senza realizzarsi, col rischio di implodere come nella crisi del debito del 2008.

Questa nuova forma di capitalizzazione che investe su una probabile ricchezza futura, accellera nell’immediato i processi di espropriazione dei beni e delle risorse comuni, negandoli a chi dovrebbe goderne, per il guadagno immediato dei grossi gruppi finanziari. A tal proposito il caso Tav è esplicativo: si sottrae la ricchezza e la salute di un territorio in virtù di una probabile convenienza futura.

Eppure si parla sempre più di capitalismo immateriale ed economia dei servizi, ciò nonostante l’attacco alle risorse e alle materie prime del pianeta si sta facendo feroce come non mai. Infatti per il funzionamento dei dispositivi elettronici e dei server sono necessari rame, fibra ottica, coltan e tantalio con tutto il loro strascico di sfruttamento e guerre, ma anche tantissima energia per far funzionare computer, telefoni e server utili a immagazzinare miliardi di dati per sostenere il capitalismo del comfort. E questo vale anche per il mercato del cibo e per tutti i settori economici.

Al conflitto capitale/lavoro va ad aggiungersi il conflitto capitale/natura. Se il primo in passato era stato risolto dai capitalisti allargando l’accesso ai consumi per i lavoratori per cercare di abbassare la conflittualità, oggi  la crisi ecologica viene risolta sottraendo l’accesso al consumo ai più. Questo processo a volte si tinge di green proponendo meno sprechi o avanzando economie “allargate” come lo sharing, alternativamente si usa il bastone dell’autoritarismo per la gestione delle masse.

Il negazionismo climatico promosso da Trump e Bolsonaro attacca l’idea di decrescita mentre va a pari passo con l’idea di sovranismo: questi governi rivendicano il totale controllo sui flussi e la gestione delle risorse dentro i propri confini.
Ma la ricchezza di questi paesi si lega allo sfruttamento e alla colonizzazione di altri che vengono totalmente espropriati e ridotti all’impossibilità della vita, rifiutandosi in toto di assumersi le responsabilità e i costi sociali che le loro attività predative creano, chiudendo i confini e condannando milioni di persone a vivere in luoghi diventati invivibili.

concludiamo con qualche esempio di società libere in connubio con la natura

Ne parliamo con Dario Padovan docente di sociologia dell’università di Torino

 




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