Il meglio di impro, avant, outsiderismi e crooners…parte 1

Quest’anno per la prima volta, il cervello nero di Blackout ha radunato la sua redazione musicale in una località segreta, dove sono stati squadernati vari dischi. Ogni lavoro commentato ha avuto il suo recensore, ogni titolo è un link ma soprattutto, ogni scarrafone è bello a mamma sua. Per insulti, prese di posizione in disaccordo, denunce per diffamazione fare riferimento al TDM. Sommersi e salvati, fallimenti, recuperi e altre improbabili leggende di questo 2014.  Iniziamo dai migliori….cosa salvare?

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Hans Hassler – Hassler (Intakt)
Jazz e musiche da camera compresse in una stuba alpina dove il folklore diventa canzone (anche grazie alla grappa). Questo è l’altro mondo di Mr. Hassler, raffinato e ubriacone, melanconico e sguaiato, dolcissimo e stonato. Dalla baita nei grigioni guardano l’Europa dall’alto: Hans Hassler allo schwarzerorgeli è una bevuta in compagnia, qualcuno che conosci da sempre. Insuperabile (9)

https://www.youtube.com/watch?v=AZfbvdK5Mzw

Carla bozulich – Boy (Constellation Records)
Un po’ meno punk, molto più soul. Anima nera come il catrame, la bozulich ha fondato una estetica del post, ragionando sulla condizione della donna, dimenandosi per uscire da facili stereotipi “rriot”. Inafferrabile disco notturno, si fregia dell’apparato ritmico a bassa velocità di Andrea Belfi. Cresce sottopelle, come un fungo sul cemento. Riesce ad incantare, inchiodandoti alle notti di dentro, che Carla sa raccontare così, con poesia. Bello, bello. (8)

Steve Gunn & Mike Cooper – Cantos de Lisboa (RVNG ltd)
Si incontrano a Lisbona Steve Gunn (il presente e il futuro) e Mike Cooper (una buona fetta di passato con l’impronta sul futuro). Sono artisti totali, capaci di fondere sensibilità anche extra-musicali in maniera non comune. Cantos de Lisboa è una pagina aperta sulla feroce contemporaneità di un mediterraneo diviso, tomba di uomini e donne, posto della crisi. Ne viene fuori un lavoro asciutto ma sufficientemente “libero”, dove slide e corde libere raccontano una carriera di 40 anni per Cooper con la levità di un giovane come Gunn. Essenziale (9)

Aa.Vv – Guruguru Brainwash (Guruguru Brainwash)
Il nuovo suono del giappone moderno. Immagini da un presente complicato che la musica tende a seguire lungo i suoi tortuosi sentieri verso l’illuminazione, con una specificità “local” che trasuda dai dettagli. Per costruire futuro è necessario immagazzinare il passato, questo lavoro è motivo d’invidia nel ben più conosciuto mondo al di là del pacifico. (8)

Harry Dean Stanton – Partly Fiction (Omnivore Recordings)
Stanton faccia da fuorilegge ci ha fatto piangere, ridere e bestemmiare in più di 200 film in una carriera ultra cinquantenne. Ma la sua anima è nella musica, nei localini di messicani lungo Mulholland East, nei ricordi di una vita passata a rincorrere il successo delle grandi platee rimanendo sempre dietro ai protagonisti. Qui viene ritratto in salotto, mentre ciancia tra un bicchiere e l’altro, cantando le più belle di una vita. Raccomandato da David Lynch e Angelo Badalamenti: se non vi commuove allora avete una pietra fredda al posto del cuore. (9)

Irmler & Liebezeit – Flut (Klangbad)
L’uno (Irmler) suona l’organo, l’altro Liebzeit la batteria. Con una estetica less is more, che tra l’altro cade nel 50mo del minimalismo, riescono a riannodare tutti i fili e in molti episodi di questo disco indicano le prossime vie. Per chi non c’era, per chi non ha ascoltato ma anche per tutti quelli che sapevano e credevano che fosse finita lì. doctor faust meets Can. Mostri sacri. (8)

Noura Mint Seymaly – Tzenni (Glitterbeat)
Mauritania, deserto. La voce di Noura, la chitarra di suo marito, la glitterbeat dietro questa operazione ci mette il giusto di pulizia sonora, soffiando via un po’ della polvere che il vento spinge sull’immenso tavoliere dell’hammada. Desertico, melodico, ritmico, sprizza vita. Sono usciti troppi dischi “etno” che non sapevano veramente di nulla. Qui si studia la vita, tra urla di gioia e momenti di pura psichedelia del deserto. (9)

Khun Narin – Khun Narin’s Electric Phin Band (Innovative Leisure)
Il Phin è una specie di chitarra elettrica della giungla thailandese che viene sparata attraverso un soundsystem pieno di riverbero. Gli amici della tribe si dedicano alla sezione ritmica di questo blues dell’estremo oriente, troppo diverso eppure troppo uguale. Caracolla, per carità, perchè qui non ci sono professionisti della musica. Solo gente che la veicola direttamente, acida come succo di mango e alcolica come whiskey di riso. File under Luk-thung in a funky way. Attendiamo seguiti, per ora (8)

Valerio Cosi – Plays Popol Vuh (Dreamsheep)
Uno dei “nostri” (ma che senso ha??) più promettenti musicisti di area vagamente jazz lascia un po’ da parte il sax per dedicarsi in una immersione totale nel suono VUH. Cosi rilegge, con l’attenzione devota del discepolo un canzoniere impossibile da raccontare diversamente dalla reinterpretazione totale. Sceglie gli ingredienti giusti, quelli che hanno segnato il tempo: drone, minimalismo, spirtitualità, corrente elettrica, rombi analogici.(8)

Akira Sakata/Giovanni di Domenico – Iruman (Mbari) e in aggiunta… Sakata/Berthling/Nillsen-Love – Arashi (Trost Records)
Il mio biologo marino preferito in uno dei suoi anni migliori, ritorna a parlare con la mente, dialogando su dettagli minimi in compagnia di questo giovane pianista italiano. Se Sakata è uno dei migliori “urlatori” del temibile manipoli free-jazz giapponese, è anche vero che il suo rovescio è sui clarinetti, nella voce (nel canto) e nella comunione ordinata degli opposti. Materia cullante ma mai assopita, viene scolpita da Sakata, un maestro assoluto, un uomo fatto di carne e spirito. (9)
Se nel duo abbiamo scherzato, questo temibile trio ricorda molto da vicino la combo di Sakata dei tardi 70, una creatura free degli abissi marini che aveva il suo Berthling in Hideaki Mochizuki, e Nillsen-Love era Shota Koyama. Precisione chirurgica, razionalità del caos, il sax di Sakata che fa l’anguilla elettrica in un mare ritmicamente in tempesta, elevandosi come un mostro degli abissi profondi. Se pensate che ci sia qualcosa di sgraziato nelle urla, non avete mai avuto occasione di apprezzare da vicino i lavori di questo piccolo grande uomo (9)

 




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