Fase 2: speranze dal plasma – VOCI DALL’ANTROPOCENE #22 – 04/05/20

 

“La nostra ipotesi è che la scienza – a due secoli dalla Enciclopedia, dalla rivoluzione borghese, dall’avvento del modo capitalistico di produzione – sia nell’esperienza attiva e passiva e sia nel discorso implicito ed esplicito di tutti gli uomini: perché di scienza è ormai fatto il potere e di potere gli uomini vivono e muoiono. Così che “fare scienza” vuol dire, oggi e in ogni caso, lavorare “per” o “contro” l’uomo ed ogni uomo è raggiunto dalla scienza per esserne fatto più libero o più oppresso”.

Giulio Alfredo Maccacaro

 

E’ iniziata finalmente la fase due, ovvero la prima fase di allentamento dell’asfissiante lockdown cui il governo della pandemia ci ha costretto, anche perché la gravità dell’infezione in sé, è stata resa più acuta da  una buona dose di impreparazione e pressappochismo, che hanno incontrato la pressione criminale dei soliti interessi economici pronti a minimizzare la portata dell’epidemia e soprattutto dove a difenderci non rimaneva che il simulacro del sistema sanitario nazionale che fu – che poi forse come sostiene Maurizio Pincetti è stato massacrato e smantellato senza mai essere stato completato fino in fondo.

Salta all’occhio, in barba a qualunque evidenza scientifica o del buon senso, come riapra in maniera molto più massiccia il nord che registra ancora tassi di contagio molto preoccupanti. In particolare in Piemonte siamo maglia nera da alcuni giorni, avendo superato anche la Lombardia se si calcola il rapporto dei contagiati con il numero degli abitanti.

Come siamo arrivati a questa fase 2 e quali sono i rischi impliciti nella riapertura e le strategie da attuare? Ce lo racconta Ernesto Burgio, scienziato e clinico vicino alle istanze sociali e ambientali, che giustamente insiste a sottolineare che questa infezione non è per nulla banale e se assumiamo che la Germania ha fatto tutto benissimo… beh, ha comunque la mortalità al 4%: la misura è servita. E’ comunque un dato lontanissimo dal nostro o da quello degli Usa e del Regno Unito ma anche da quello della Svezia, spesso presa a modello per aver intralciato poco il  “busisness as usual” ma anche per aver garantito ai cittadini molte meno limitazioni alla libertà ottenendo risultati simili a chi ha chiuso più radicalmente.

Parliamo ora di una notizia che fa fatica a staccarsi dalla cautela del mondo scientifico per diventare notizia. Parliamo di plasma iperimmune contro il Coronavirus. Non solo è l’unica cura che combatte direttamente il virus e non i suoi effetti ma sta dando risultati, a detta dei medici che la utilizzano, sorprendenti! Sperimentata con grandi risultati anche a Wuhan, su circa un migliaio di persone a quanto ne sappiamo, eppure, a dispetto delle evidenze cliniche, se ne parla pochissimo e con grande cautela, forse troppa. In Italia è attivo un protocollo sperimentale in almeno 4 strutture ospedaliere: Pavia, Salerno, Modena e Mantova.

Ora, noi non vogliamo insinuare nulla ma solo raccontarvi che cosa è questa cura e per farlo ci aiutiamo con le considerazioni e i giudizi espressi da uno dei protagonisti di questa sperimentazione ovvero Cesare Perotti, direttore dell’ospedale san Matteo di Pavia che ha rilasciato un’intervista a La Bussola Quotidiana, organo di informazione cattolico che non è sicuramente tra le nostre fonti abituali ma tant’è. Da questa preziosa intervista ricaviamo alcune informazioni: prima tra tutte che la cautela che circonda la cura è normale a livello scientifico, perché la sperimentazione non è conclusa, ma il fatto che non se ne parli per niente a fronte di risultati sorprendenti è almeno sospetto e richiama l’intervento di pressioni e interessi che nulla hanno a che fare con la salute pubblica. A maggior ragione, aggiungo io, visto che si parla abitualmente di molti farmaci che hanno dato risultati meno entusiasmanti o addirittura di un vaccino efficace e sicuro che allo stato attuale è ancora una chimera. Quindi il sospetto che l’informazione usi pesi e misure diverse è ovviamente legittimo, trattandosi poi di una cura molto particolare, che lo stesso direttore del San Matteo di Pavia, definisce una cura solidale, creata dal dono del paziente guarito (risultano idonei il 20%) e dalle conoscenze e tecniche e scientifiche adatte a ripulire il sangue con la tecnica della plasmaferesi. Niente brevetti, insomma, e industria farmaceutica quasi fuori gioco.

La puntata si chiude con la prima di una mini serie in sei parti che proverà a raccontare con la voce dell’autore, Maurizio Pincetti, la storia del nostro sistema sanitario dalla sua edificazione fino alla regionalizzazione per arrivare a quella sorta di appuntamento con la storia che la pandemia potrebbe aver rappresentato per la nostra sanità pubblica.

 

 




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