Inclassificabile: The Necks

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Dal 1987 c’è un posto che non riesce a stare in nessuna delle classificazioni del Jazz. Chi si è cimentato ha fallito, perdendo la memoria e il rispetto dei lettori.
Dal 1987 Chris Abrahams, LLoyd Swanton e Tony Buck sono i Necks, la più incredibile delle esperienze post jazz mai piovute sulla terra. Ascoltandoli non si ha la sensazione che sia jazz. Sembra un indefinibile accumularsi di suoni, qualcosa che ha molto più in comune con la environmental music che con il bop. Se sfugge a qualsiasi classificazione non possono sfuggire le influenze, seppure sia un pessimo modo di avvicinarsi ai Necks: la materia è inafferrabile come la pasta dei sogni ma se proprio volete metteteci 1/4 di Terry Riley, 1/4 di Brian Eno e la restante parte, a seconda dei gusti, mescolate Peter Green e Miles Davis.
Dotati di una capacità unica di ricontestualizzare il proprio strumento, questi musicisti incredibili hanno realizzato diversi album con una sola lunga traccia, dove dal puntillismo minimale si cresce in un estasi della ripetitività e della percussione. Studiosi di avanguardie dalla formazione classica, i Necks non sono i classici bacchettoni da conservatorio. Hanno registrato una delle musiche più nascoste ed affascinanti degli ultimi 30 anni,  esotica ed esoterica, musica che è possibile ascoltare nel traffico, assediati dalla modernità che avanza, oppure nel buio di una radura, guardandone i misteri che scintillano di suoni.
Il piano di Abrahams può essere considerato unico nel suo genere. Vi consiglio di pensare ad un keith jarreth che opera per sottrazioni, od un Terry Riley metronomico che di ogni alterazione alla materia originale fa una cresta nell’onda che si unisce a quella precedente aumentando il lavoro dell’oceano. A completare la fascinazione la provenienza dagli antipodi della terra, che tante volte mi ha fatto respirare aria nell’acqua, facendomi familiarizzare con termini tipo: natural eco jazz, overtones, raga, ecology, minimalism.

Dopo aver riletto tutto quello che ho scritto mi sono reso conto che fa cagare. E’ normale: per capire e amare i Necks non servono le parole, è come guardare l’oceano che romba dalla baia di Sidney. Basta aprire il cuore e lasciare entrare il flusso. Ogni giovedì ad outsider music una marea di parole al vento!




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