Non solo Coronavirus: il caso della peste suina africana in Cina

Nel periodo tra l’estate e l’autunno 2019 in Cina è scoppiata un’epidemia di peste suina africana che ha decimato gli allevamenti di maiali del Paese, che, come noto, è il primo produttore e consumatore della carne di questi animali, possedendo circa 440 milioni di capi. La velocità del contagio ha indotto il governo ad imporre abbattimenti e incenerimenti di massa, portando alla morte circa il 40% degli individui presenti sul territorio, evidenziando la differenza di atteggiamento tra le misure di contenimento del contagio del Coronavirus tra gli esseri umani e quella della peste africana per i maiali, che vengono in molti casi sepolti vivi senza scrupoli.

Le conseguenze sul mercato del settore non si sono fatte attendere: la richiesta di carne di maiale importata dall’estero ha creato delle opportunità ma anche degli squilibri per l’economia dei Paesi europei, mentre il governo cinese ha iniziato ad investire risorse nei progetti dei cosiddetti “hotel” per maiali, ovvero dei mega-allevamenti intensivi multi-piano che possono ospitare anche 10 000 maiali e che vengono costruiti vicino agli insediamenti urbani.

Non solo, un’altra possibilità messa in campo per tornare ad allevare il numero di suini del 2018 è quella dell’ingegneria genetica, che promette di creare dei maiali potenziati sia in termini di massa che di resistenza alle possibili malattie infettive.

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