Parole come pietre – Dischi da lancio

cantare la voce, una playlist di ascolti bizzarri:
questa settimana ho ascoltato in rapida successione i dischi che passerò oggi ad outsider music. Vocalizzi, a volta insabbiati, a volte palesemente fuori terra, come ciottoli, scritte su muri, contapassi, lancette inesorabili.
In una parola weirdo-Soul. E finalmente sono risucito a tacermi. Let the music (and the words) play.

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Vijey Iyer & Mike Ladd – Holding it down: the veterans project: Devastante. Il ricordo della memoria collettiva della guerra. Dall’Iraq all’Afghanistan, fin dentro le vite dei reduci, spolpati, amputati, disperati. La canzone di protesta si evolve in forme mai viste. Chiudendo gli occhi ho immaginato Gil Scott Heron che ancora sputacchia peana sull’antimilitarismo. Ma il lavoro di Ladd è asciutto e rigoroso, non c’è grasso che ci faccia commuovere, niente di americano o ancora peggio niente di Conscious. I suoni sono secchi come proiettili e dolcemente disperati. Stretto intorno alla bandiera del milite ignoto, questo disco è come una collezione di fotografie a metà. Un capolavoro da godere con calma, testi alla mano e perchè no, riascoltare.

Lonnie Hollie – Keeping a record of it: se non ci fosse stato il recupero fatto quasi in corner dalla Dust to Digital, il vecchio Hollie sarebbe ancora imnpegnato a saldare teschi di metallo e altre bizzarrie in ferro battuto. Figlio di una famiglia di 20 fratelli, Hollie ha sempre vissuto per strada.
Perchè rovinare tutto descrivendo la sua voce con parole sicuramente inadatte, così calda, così famigliare, tanto amica da farmi sembrare che Hollie sia un mio parente da sempre. Pazienza se le storie stralunate di 144.000 elefanti alati non sono in quadro con la norma. Fanno viaggiare dentro di noi come una psicoanalisi a bassa velocità dentro un mondo un po’ più semplice di così.

Aa.Vv – Lappsih Joik songs from northern Norway. Curiosità da wunderkammer, esperimento maudit, best kept secret per i nuovi fricchettoni. A nord! A nord! questa ricompilazione del fondo Smithsonian mette il naso negli affari quotidiani dei joik, lapponi della taiga che principalmente cacciano foche e tritano km ad alta (?) velocità su slitte trainate da cani. Nulla di strano? Tutto.
Il tamburello che li accompagna, frammisto ad una cadenza simile al sardo, ricorda un incrocio tra i Tenores de Bitti e Sainko Naymchak senza catarro. Calatelo sullo sfondo del cielo boreale e vi ritroverete al limite delle terre conosciute, dove il lappone smonta la slitta e s’invola verso il Valhalla con i suoi cani.

Médico Doktor Vibes –  Liter Thru Dorker Vibes. si sa ben poco di questo outsider assoluto Guyanese. Quel poco è su questo disco degli anni 70, pazzescamente avanti. Reggae, afro, bantous e mandinka il tutto shakerato e sopratutto registrato da qualche scienziato pazzo locale. Immaginate una versione più libera di Lee Perry a contatto con le molteplici influenze dance del continente africano. Ne viene fuori qualcosa di pesantemente psichedelico, con tratti di goduria pura. Operazione, quella della Companion Records, che la pone con questo disco al di sopra di tutte le altre. Guardate il catalogo!

The Godz – second album: Qui la voce c’entra relativamente. A fare la differenza è l’uso barbaro dei suoni che i Godz prendono dal garage ma trattano come un leone che h appena azzannato la preda. Tenete conto che l’uomo era così giovane –  era un prestissimo 1967 – e l’america stava per bombardare Saigon. Naturale che qualcuno tra Tim Leary e gli acid test, andasse fuori di coccia. Stampato su ESP-Disk questo capolavoro del NON-Rock (per me in cima alla lista dei dischi più influenti di sempre) stritola con una maleducazione inaudita i più banali luoghi comuni in materia. Sprizza di Juvenilis redundantia, è sfacciato, stonato, strillato. I Godz sono per me la quintessenza del Garage. Per me è il disco da fare ascoltare a tutto volume ai fottuti benpensanti.
Ah, Radar Eyes, il pezzo che apre, mi ha squassò la vita. Fu per me il punto di svolta, l’anello che mancava alla mia catena spaziale. Mi misi sulle tracce dei Tre nuovayorkesi e scoprii la ESP. E’ così che è andata…fu un’incredibile schock tanto che mi presi la varicella. Trascorsi una settimana a letto ascoltando tutto il catalogo dell’avvocato pazzo Bernard Stallman. Fu lui – o il suo spirito – ad iniziarmi ai piaceri “della musica più strana del mondo” e a ridurmi così, come si dice”bought the ticket, got the ride”




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