Lavoro bracciantile a Foggia: analisi e prospettive di mobilitazione

Scritto dasu 27 Agosto 2015

Lunedi 24 agosto al CSOA Scurìa di Foggia si è tenuta un’assemblea tra diverse realtà che seguono il lavoro bracciantile nella Puglia settentrionale, principale distretto della raccolta del pomodoro da conserva con una presenza durante i mesi estivi di 20-30.000 lavoratori, provenienti soprattutto dall’Africa e dall’Est Europa. Il tentativo era quello di mettere in comunicazione le varie realtà, anche coi camionisti che trasportano i pomodori al locale mega stabilimento di conserve appartenente alla multinazionale inglese Princes.
L’insediamento più numeroso e mediaticamente famoso è il Grand Ghetto di Rignano Garganico, abitato da circa 2500 braccianti africani, ma complessivamente la maggioranza della manodopera nel foggiano è comunitaria, molto controllata e sottomessa ai caporali e per vari motivi propensa ad accettare salari anche più bassi degli africani. Un’altra strategia padronale per abbassare il salario è di reclutare i richiedenti asilo ospitati nei CARA, dove vitto e alloggio sono forniti dallo stato e il bracciante si accontenta a volte anche di dieci euro al giorno. Per inciso nel CARA foggiano di Borgo Mezzanone (circa 1000 posti), intorno al quale si è formata una baraccopoli supplementare, è entrato come gestore il consorzio siciliano Sisifo, quello del CARA di Mineo, il cui presidente è il sottosegretario all’agricoltura Giuseppe Castiglione indagato per Mafia Capitale.
In questa difficile situazione una delle strategie per iniziare un percorso rivendicativo coi braccianti è quella di accompagnarli a ricevere il salario, che per quanto basso viene spesso dilazionato o decurtato arbitrariamente.
Il caporalato comunque non è la radice del problema, lo sfruttamento dei lavoratori riguarda tutta la filiera e alla fine a guadagnarci sono gli attori più grandi. Perciò anche una mobilitazione per i diritti dei lavoratori può avere successo se va anche a incidere alla radice, sulla grande distribuzione della conserva.
Anche al Grand Ghetto c’è stato un morto durante il lavoro nei campi, anche se il fatto è stato riportato solo ieri dai giornali, a differenza delle altre tre vittime nella Puglia centro-meridionale. A tal proposito ha “fatto notizia” che una delle vittime (ad Andria, provincia di Bari) fosse una lavoratrice italiana, Paola Clemente. I lavoratori italiani ci sono ma molti di essi sono fittizi, sono registrati solo per avere sussidi e contributi (in cambio di voti) mentre nei campi ci vanno gli immigrati.
Facendo leva sul poco di attenzione mediatica che c’è in questo periodo sul tema, si lavora per una mobilitazione a settembre-ottobre, sfruttando anche la concomitanza con la vetrina dell’Expo.
Ascolta l’intervista di ieri 26 agosto con Irene della rete Campagne in Lotta:

 


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