Profughi, nazioni e muri di ipocrisia

Scritto dasu 23 Settembre 2015

imageDa molti mesi i media mainstream, almeno in Italia, sembravano aver cambiato registro in materia di immigrazione. Dagli argomenti infarciti di cinismo sui costi dell’accoglienza, di sciovinismo sugli italiani nella crisi penalizzati dagli immigrati, di allarmismo sulle infiltrazioni jihadiste, si è passato all’enorme risonanza data agli attacchi estivi della Chiesa contro Salvini e, in genere, ad un approccio agli sbarchi più “caritatevole”. Poi lo spazio mediatico è stato interamente quanto improvvisamente occupato da una fotografia. Il bimbo siriano senza vita sulla spiaggia di Bodrum in Turchia. Una piccola foto che diventa il simbolo delle sofferenze di un intero popolo che preme ai confini della fortezza Europa. La Germania capisce che è il momento di mostrare a tutti di non essere solo un Paese ricco e in salute ma di poter ambire a una reale leadership politica. Si fa carico della questione dei profughi siriani mentre altri si preparano a far cantare le armi. Sono molti i calcoli fatti dai tedeschi e tra questi non è ultimo la particolare composizione della forza lavoro che si apprestano ad accogliere: i siriani sono in genere maschi, giovani e istruiti. Così uno strano ordine del discorso si impossessa presto del campo politico e burocratico. Ci sono profughi politici, leggasi siriani, pochi afghani e qualche iracheno e profughi economici, leggasi africani. Se i primi sopravvivono ai naufragi, alle camminate estenuanti tra i confini serbi, croati e ungheresi, vanno accolti. Se i secondi sopravvivono ai deserti e alle traversate, vanno rimandati a casa. L’onere in questo caso resta tutto all’Europa del sud cui oggi viene chiesto di accollarsi il compito che fu di Gheddafi e Ben Alì. La situazione resta fluida  e sucettibile di cambiamenti  anche repentini, dunque non si presta a letture univoche.

Ne parliamo con Ferruccio Gambino, docente di Sociologia del Lavoro all’Università di Padova

Gambino


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