Mondazzoli: prova di forza o segno di debolezza?

Scritto dasu 8 Ottobre 2015

“Parliamo di rapporti di produzione ” diceva Bertold Brecht nel 1935 a Parigi, intervenendo all’assise degli scrittori contro il fascismo. Le stesse parole andrebbero usate oggi, in mutato contesto e su un differente merito, per commentare la recente acquisizione del gruppo editoriale Rcs (fino a ieri, il secondo conglomerato del settore) da parte di Mondadori, che da oggi, ci viene detto, controllerà il 40 % del mercato editoriale italiano. Il più grande mangia quello appena più piccolo. Un’ordinaria storia di capitalismo, in cui la concentrazione di capitale tende a processi di oligopolio in quasi ogni settore mercantile (si tratti di auto, cibo, farmaci… o merce-sapere/merce-informazione). Non che s’intende qui negare il carattere particolare e ambivalente delle merci cognitive, ma questo implicherebbe comunque un discorso molto più ampio non riducibile al solo fenomeno della concentrazione produttiva.

La Sinistra (in questo caso rappresentata dai suoi intoccabili intellettuali à la Umberto Eco) grida invece allo scandalo della mancata libertà di espressione, all’inaridimento, alle pressioni sugli “autori” (questa sopravvivenza ideologica mefitica di cui non ci si è ancora liberati). Dove vivono costoro? Lo sanno che l’omologazione di Bompiani o Rizzoli non è poi così diversa da quella proposta da Mondadori? Ma soprattutto, si sono resi conto o no in che tempi viviamo (pensano ancora di lavorare per le legatorie medievali)? E noi… davvero pensiamo che la partita sulla libertà di espressione oggi si giochi sulla presunta indipendenza di un gigante editoriale da un altro?

L’editoria è un settore come un altro, sottoposto a una più feroce concorrenza non solo dal consolidarsi di trust sempre più grandi ma anche dalla pressione tecnologica-sostitutiva dei formati digitali, su cui l’editoria italiana è in ritardo (ritardo capitalistico, certo, ma è appunto di questo che stiamo parlando). Da questo angolo prospettico la presunta aggressività imprenditoriale di Mondadori nasconde allora forse una debolezza strutturale ben più profonda (non a caso si vocifera di possibili nuove acquisizioni di veri giganti internazionali del settore).

L’intellettualità di sinistra di casa nostra pensa invece ancora (o fa finta di pensare – il che mostra la malafede e i sordidi interessi di bottega che difende) alla realtà dell’editoria e della censura (che è sempre all’opera ma in forme molto più sottili, capillari e pervasive) come all’Indice dei Libri Proibiti della Santa Inquisizione o al «”Min.Cul.Pop.» mussoliniano. Nessuna domanda si pone invece circa le condizioni di vita  e lavoro delle decine di migliaia di precari/e che sgobbano nelle redazioni di riviste, case editrici, siti web per poco più di un instabile e risicatissimo salario di sopravvivenza (quando c’è, date il ricorso sempre più usuale a stage, tirocinii e varia produzione di capitale umano… rigorosamente non pagato!).

Appunto, parliamo di “rapporti di produzione!”.


Il commento di Benedetto Vecchi, giornalista de Il Manifesto

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