Ceuta-Melilla: laboratorio per esternalizzare i respingimenti

Scritto dasu 22 Gennaio 2016

“Ceuta e Melilla, centri di identificazione a cielo aperto alle porte dell’Africa” è il titolo del nuovo rapporto congiunto dell’associazione marocchina Gadem (Groupe antiraciste d’accompagnement et de défense des étrangers et migrants) in collaborazione con APDHA (Associazione per i Diritti Umani dell’Andalusia, Spagna), Cimade (Francia) e Migreurop (Rete euro-africana), elaborato sulla base delle informazioni raccolte durante le missioni sul campo condotte nel 2015 alle frontiere di Ceuta e Melilla. Le 64 pagine di cui si compone si possono scaricare dal sito di melting pot
“Questa pubblicazione”, scrivono le ONG nell’introduzione del rapporto, “esce in un momento caratterizzato dall’intensificazione della repressione verso i migranti africani nel nord del Marocco. I raid delle forze di sicurezza hanno luogo quotidianamente nei quartieri di Tangeri e nelle foreste intorno Fnideq e Nador. Queste operazioni, spesso violente, sfociano in arresti collettivi seguiti da sgomberi forzati”.

Melilla e Ceuta sono laboratori delle politiche migratorie dell’Unione europea (UE), poiché presentano l’unica frontiera terrestre fra il territorio comunitario e i paesi africani. Questa è fra le conclusioni emerse dal rapporto. Le organizzazioni che hanno analizzato informazioni provenienti da migranti ma anche dalla Guardia Civil e associazioni cattoliche o laiche, avvocati, visite nei centri stessi; sostengono che i meccanismi noti quali “devoluciones en caliente” (rimpatri immediati), violano i diritti fondamentali dell’uomo e vengono eseguiti in queste città al fine di provarne l’efficienza.
Inoltre il documento espone che le “autorità marocchine e spagnole” godono apparentemente dell’impunità nel momento in cui applicano politiche al fine di contrastare l’immigrazione clandestina. Inoltre si aggiunge razzismo a razzismo: sono luoghi in cui le autorità determinano se si tratti di un “rifugiato buono” o di un “immigrante cattivo”. Difatti gli uffici di asilo sono inaccessibili per alcuni potenziali richiedenti , infatti queste strutture sono usate maggiormente per i siriani e anche per algerini e palestinesi di origine siriana, tralasciando chi proviene da paesi subsahariani.

Sono state anche create nuove forme di contenzione: i Centri di Soggiorno Temporaneo di Immigrati (CETI) che rappresentano la seconda fase di questo processo di “identificazione” degli stranieri svolto in città e alle frontiere; tali centri tengono in condizioni di “arresto” le persone fino a determinare se abbiano diritto a rimanere nel paese.

Infine ci potrebbe essere un accordo non scritto tra la Spagna e il Marocco al fine di regolare l’arrivo di  rifugiati siriani. Questo documento dimostra che, mentre all’inizio arrivavano sino a 70 siriani al giorno a Melilla, dopo una visita del Ministro dell’Interno, Jorge Fernández Díaz, a Rabat, il numero è sceso tra 20 e 25. Di fronte a queste circostanze, il rapporto ci porta a formulare due ipotesi: da una parte asserisce con sicurezza che gli alberghi, i taxi e i ristoranti di Nador non si erano mai visti così pieni, soprattutto quando più siriani erano obbligati a viaggiare sino alle frontiere di Beni Ensar per cercare di superarle; dall’altra parte si segnala la presenza di mafie che sostengono di arrivare a riscuotere fino a 3.000€ per facilitare l’ingresso a Melilla.

Ne abbiamo parlato con Alessandra Capodanno di Migreurop

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