Made in caporalato

Scritto dasu 11 Maggio 2016

Abbiamo raggiunto ai microfoni di RBO Marco Omizzolo, presidente della cooperativa InMigrazione e sociologo che da anni s’interessa al lavoro bracciantile nelle campagne dell’agro pontino. Circa un anno fa, Marco ha passato tre mesi lavorando come bracciante sotto caporale e ha potuto raccontare la realtà del lavoro schiavistico a cui sono sottoposti i lavoratori migranti, per la maggior parte venenti dal Punjab.

Due o tre euro l’ora per dodici ore di lavoro, umiliazioni e vessazioni sono all’ordine del giorno in questo vero e proprio sistema “agro-mafioso” che si basa sul solido triangolo costituito da imprenditoria, caporalato e criminalità organizzata. Niente “mele marce”, dunque, ma un rodato meccanismo di sfruttamento che fa dell’estrazione del lavoro semi-gratuito e della violenza il proprio normale meccanismo di funzionamento, proteggendosi spesso dietro la patina del Made in Italy. Proprio la retorica dei prodotti del territorio, in effetti, serve troppo spesso da schermo per nascondere quali sono i meccanismi che rendono concorrenziale i prodotti agroalimentari italiani opponendo di fatto rispetto del territorio e dei diritti dei lavoratori.

Qualche crepa si sta però aprendo nella macchina agro-mafiosa. In questa primavera i migranti hanno cominciato a organizzare sit-in davanti alle aziende agricole convergendo in una grande giornata di sciopero il 18 aprile scorso che non ha mancato di scatenare la reazione di padroni e padroncini che hanno licenziato e minacciato i lavoratori.

Ascolta la testimonianza di Marco Omizzolo

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