La Primavera sudanese ha radici nel 2011

Scritto dasu 11 Gennaio 2019

La scintilla è esplosa nel serbatoio con la triplicazione del prezzo del carburante (e del pane), ma già questo è causa del fatto che i pozzi petroliferi sono rimasti al Sud Sudan al momento della separazione del 2011 (senza una vera strategia petrolifera: ognuno cerca di sfruttare uno la produzione e l’altro il pedaggio del passaggio fino al terminal sul mar rosso di Port Sudan: mancano gli oleodotti); poi, una volta che la piazza è esplosa, il moto ha coinvolto il regime di al-Bashir , al potere dal 1989 e soprattutto i giovani chiedono in massa un cambiamento. Le soluzioni che si prospettano nella tradizione del luogo sono il proseguimento del regime in corso, immolando al-Bashir e rimpiazzandolo con un altro fantoccio, preservando gli interessi di russi, cinesi, turchi e sauditi ben presenti a Khartoum; oppure il proseguimento della feroce repressione che ha superato le 40 vittime accertate.

Si registrano manifestazioni di opposte fazioni; quelle spontanee del popolo, come le ha definite il nostro interlocutore, Raffaele Masto – redattore di radiopopolare e collaboratore di molte testate attente a quanto avviene in Africa, come “Africa Rivista”, o il suo blog Buongiorno Africa– formulando anche un parallelismo con le Primavere magrebine del 2011, nascono come necessità di cambiamento e sono spinte dalla fame. Le altre sostenute dai generali hanno l’aspetto delle piazze di regime, con le sue clientele regolate con il pugno di ferro… e infatti quando vi arriva il presidente, improvvisamente internet è sospesa.

Qui si può seguire l’acuta analisi di Raffaele Masto:

Sudan


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