Monetarismo, Draghi e minibot

Scritto dasu 23 Giugno 2019

Districarsi nel turbocapitalismo monetarista è un’impresa, anche perché se si cominciasse a intravedere un barlume di rotta da seguire, si potrebbe forse prendere le contromisure, contrapporre scelte eticamente condivisibili, fargli male davvero… o semplicemente trarre piacere dal fatto che si era anticipato dove si stava andando a parare. E tralasciamo le opportunità redditizie derivanti dall’aver capito uno sviluppo economico-finanziario in corso.

Non sono pochi i fronti che quotidianamente presenta la comunità economico-finanziaria; oggi ci siamo occupati di quello che pertiene all’ambito monetario a seguito dello scontro tra Draghi, che ha di nuovo imbracciato il bazooka del quantitative easing, e Trump, che si è trovato rinnovata la spietata concorrenza delle merci targate euro, proveniente dal sostegno alla moneta attraverso l’emissione di ulteriori certificati del tesoro del vecchio continente, spendibili a sostegno dell’economia UE, perché le previsioni sono di una nuova recessione… e allora sono stati rinnovati a forza in un’ammissione di fallimento, da questo lato dell’Atlantico come dall’altro con la reazione di riflesso della Federal Reserve; però abbiamo capito da questa chiacchierata che non si produce inflazione – come avveniva quando si batteva Lira negli anni Settanta – ma le paure possono essere neanche più di stagflazione quanto di deflazione… quindi diventa essenziale capire il contesto in cui opera questa imponente e unica immissione di liquidità lunga un decennio.

Anche se si guarda alla produzione, si nota una stagnazione a ogni livello, persino tedeschi e cinesi hanno ridotto i ritmi… e anche in questo caso va contestualizzato il dato con il resto degli aspetti economici, primo tra tutti la droga dei tagli fiscali, ma anche la bolla borsistica creata dalla accumulazione senza ricaduta produttiva… e la mossa di Draghi si può leggere anche come risposta alla spinta neonazionalista (a diversi livelli e con differenti protagonisti) derivante dalle elezioni europee.

L’avvento dei populismi, ancora più ammantati da sofismi in ambito economico-monetario (visto il nazionalismo e dunque l’attaccamento a una moneta “sovrana”), aggiunge strappi locali a quelli che sono quegli scontri planetari. In quest’altro contesto vanno inseriti i minibot di Borghi, che però a una disamina minimamente più approfondita rispetto al loro muoversi nella stessa direzione degli stimoli monetari che rimetterebbero in moto l’economia si ammantano di qualche afflato keynesiano (ovvero nella vulgata ormai diffusa, “di sinistra”)… e anche stavolta dunque serve una contestualizzazione dei concetti sottesi a quelle che sembrano sparate provocatorie a livello locale, ma se ricondotte alle dispute tra Usa e UE assumono altri spunti di interesse.

Per contestualizzare tutte queste innumerevoli spinte contrapposte ci siamo rivolti a Raffaele Sciortino, il cui ultimo libro è appunto, parafrasando John Reed, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Raffaele ha cominciato a dischiuderci una spiegazione di quell’economia globalizzata che ha subito la prima crisi economicamente  planetaria, dovendosi inventare soluzioni inedite per evitare che a settembre si ripeta:

I surrogati monetari forse rilanciano, ma poi qualcuno deve pagare


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