Moussa Balde. Processo agli aggressori

Scritto dasu 18 Ottobre 2022

Venerdì 14 ottobre è cominciato ad Imperia il processo contro gli uomini che pestarono Moussa Balde. Di fronte al tribunale c’era un presidio antirazzista.
Moussa Balde aveva 23 anni. Nella notte del 23 maggio 2021 è morto suicida nel CPR di Torino.
Il 9 maggio era a Ventimiglia, fuori da un supermercato dove cercava di racimolare qualche soldo. Tre uomini lo assalirono a calci, pugni e sprangate. Qualcuno fa un video: Musa è a terra, rannicchiato mentre i tre infieriscono su di lui.
Una vicenda di violenza razzista come tante: solo la diffusione delle immagini impedisce che il silenzio cali sulla sua storia, perché quelli come Moussa raramente hanno la possibilità di raccontare ed essere creduti. Va da se che i media danno ampio spazio alla versione degli assalitori, che lo accusano di tentato furto, come se quest’accusa potesse rendere meno grave un brutale pestaggio.
Moussa era nato in Guinea: era uno dei tanti che cercano di campare la vita, sperando di riuscire a bucare la frontiera, di proseguire il viaggio, di dare senso al proprio progetto di vita.
A Ventimiglia, come sulle montagne piemontesi, il confine è una linea virtuale per chi ha le carte in regola per vivere in Europa. Le porte sono chiuse per i poveri, per i tanti che si mettono in viaggio dall’Africa depredata, colonizzata, desertificata.
In Francia Musa era riuscito ad arrivare e a lavorare per un periodo. Ma poi lui, in quella città di confine, era riuscito a studiare, prendere la terza media, costruirsi una rete di amici e solidali. Frequentava il centro sociale La talpa e l’orologio, aveva partecipato anche ad iniziative e manifestazioni antirazziste.
Il nove maggio Musa viene portato in ospedale: viene dimesso il giorno stesso, senza che gli vengano consegnati i fogli con la diagnosi. Trascorre la notte in cella di sicurezza. Il mattino successivo viene portato a Torino, dove, dopo l’udienza di convalida, viene rinchiuso al CPR di corso Brunelleschi.
Tra i tanti fogli che gli fanno firmare non c’è nulla sul pestaggio subito.
Finisce presto in isolamento. Probabilmente venne rinchiuso nel cosiddetto “ospedaletto”, un’area del CPR a ridosso del muro dove ci sono celle singole simili a pollai. Niente a che fare con un ospedale. Nonostante le vistose ferite al volto, Musa non viene mai visitato.
Gianluca Vitale, il suo avvocato, era riuscito ad incontrarlo una sola volta e gli era parso molto giù, incredulo di essere stato imprigionato dopo aver subito un’aggressione. La ragione è banale: la sua rapida deportazione avrebbe reso molto difficile il processo contro i suoi aggressori.
Ne parliamo con Gianluca Vitale, che oggi rappresenta il fratello al processo cominciato ad Imperia la scorsa settimana.

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