Il Qatar nel grande gioco afgano

Le ultime notizie provenienti dallo scenario afgano avranno probabilmente fatto rizzare i capelli a qualcuno dei più giovani e meno smaliziati sostenitori del dovere morale d’intervento americano nel globo. E’ stato reso noto, ed ovviamente subito smentito, ma in tali faccende l’importante è l’aver dato l’annuncio, che sono iniziati contatti diretti tra la struttura politica Taleban (con a capo il fino adesso dimenticato Mullah Omar) e l’amministrazione americana. Tali contatti sarebbero iniziati in Qatar e, se la prima notizia è la più succosa per la stampa internazionale, la seconda è di gran lunga più importante.
L’apertura di un ufficio di rappresentanza Taleban in Qatar e l’avvio di colloqui tra questo ufficio e l’amministrazione Obama sono due fatti che non possono essere slegati tra di loro. Con questa azione protesa a costituirsi come il principale polo di mediazione tra gli Stati Uniti e la galassia conservatrice e integralista islamica sannita, il Qatar si pone al centro dello scenario internazionale più di quanto esso non sia stato in questi anni. Indipendente dalla Gran Bretagna dal 1971 il Qatar ha sempre mantenuto fermo il collegamento tra i propri capitali e lo Stock Exchange di Londra dove, tra l’altro, studiano da sempre i rampolli della classe dominante del piccolo paese. Il Qatar si trova su di un lago di gas che in questi anni si è trasformato in un fiume di dollari, euro, yen e renmimbi. Inizialmente la classe dominante ha investito tali capitali nelle grandi costruzioni e nel lusso. Ancora oggi i grattacieli della capitale Doha competono con quelli di Dubai e Singapore e i grandi marchi della moda francese ed italiana sopravvivono grazie alle iniezioni di dollari qatarini; con il tempo però a Doha hanno iniziato a voler contare nel campo della politica internazionale e, in particolar modo in quella dell’area islamica attorno al Medio oriente.

Ricordiamo alcune iniziative prese dal Qatar in questi anni:
– 1     sostegno ai Fratelli musulmani in Egitto ad Ennhada in Tunisia, all’AKP di Erdogan in Turchia e ad Hamas in Palestina. In generale vengono sostenuti i gruppi ed i partiti islamici integralisti in quanto ispirati all’applicazione della svaria, ma lontani dal fondamentalismo di marca saudita, ispirato dalla corrente wahabita, sostenitrice a partire dal XVIII secolo di un “ritorno al Corano” che non sembra invece interessare i qatarini. In contro luce si nota il tentativo di smarcarsi dalla politica estera saudita sostenitrice in Cecenia come nel Mali, in Somalia come in Libia, di tutte le esperienze centrate sul fondamentalismo e che riconoscono alla casa reale di Rihad una certa qual supremazia in campo musulmano.

– 2     Sostegno pieno al principale partito integralista siriano nella guerra civile in corso nel paese; finanziamento militare ed economico a tutta l’area che si contrappone non solo alla dittatura laica degli Assad ma anche all’opposizione laica occidentalista e a quella fondamentalista finanziata dall’Arabia Saudita

– 3     Sostegno all’opera di contenimento compiuta dagli americani nel Golfo ai danni dell’Iran ma svolgendo un’opera di moderazione e mediazione tra Washington e Teheran. Ricordiamo che l’Iran sciita è un nemico religioso per il Qatar sannita ma un alleato importante per il Qatar esportatore di gas. Autorevoli commentatori sostengono che, se fino ad adesso gli Stati Uniti hanno impedito a Israele di attaccare l’Iran, questo è dovuto all’opera di Doha. Insomma in Qatar si mantengono amicizie (per quanto relative) con l’Iran, ma si ospita la più grande base aereonavale USA in tutto il Vicino Oriente. In altre parole il ruolo di mediatore in certi contesti è sempre benvenuto.

– 4     L’azione di avvicinamento ai Taleban afgani viene coronata dall’apertura dell’ufficio di rappresentanza a Doha, cosa che permette le trattative con gli Stati Uniti. Così l’Arabia Saudita, storica protettrice dei talebani, viene messa fuori gioco e perde parecchi punti nella capacità di intromissione nei paesi islamici del subcontinente indiano. La stessa stretta collaborazione Arabia Saudita-Pakistan, attiva fin dall’invasione sovietica dell’Afganistan del 1979, viene messa in crisi da questa mossa.

Ma, tornando all’Afganistan, cosa spinge gli Stati Uniti all’avvio di trattative più o meno dirette con quello che venne dichiarato come nemico totale? I costi umani e finanziari dell’operazione americana nel paese asiatico sono oramai diventati insostenibili anche per la prima superpotenza mondiale e lo scopo dichiarato di riuscire a controllare un paese strategico nel centro di quell’area che da millenni presiede agli scambi tra Oriente ed Occidente sfuma sempre di più in una situazione dove l’uomo prescelto dagli americani riesce al più a controllare la capitale Kabul e, senza le truppe occidentali, non controllerebbe neanche quella. Gli Stati Uniti hanno necessità di uscire dall’angolo dove un decennio e più di politica di potenza ottusa e incapace di comprendere culturalmente le popolazioni e le classi dominanti dei paesi che sono stati invasi, attaccati o distrutti; non possono uscirne con la forza perché il tempo e le risorse necessarie sarebbero troppe, non possono uscirne utilizzando politicanti locali corrotti ed invisi alla popolazione. Possono uscirne solamente trattando con quelle forze che hanno dimostrato in anni di guerra e di guerriglia il loro radicamento tra la popolazione. In Afganistan non possono che trattare con i Talebani come in Iraq hanno dovuto fare con la leadership sciita filo iraniana. Una lezione in più per quello che sarebbe dovuto diventare l’impero del XXI secolo e che invece sta declinando in modo sempre più evidente e deciso.

Anarres ne ha parlato con Stefano, esperto di geopolitica.
Ascolta il suo intervento




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