articolo 18

Sono da poco usciti i decreti attuativi del Jobs Act. Questa mattina ne abbiamo parlato con Jessica Concas, avvocatessa del lavoro, che ha descritto e analizzato “le nuove regole” in materia di diritto del lavoro contenute nel provvedimento appena varato. Ad una prima valutazione, purtroppo in linea con le peggiori previsioni, il Jobs Act fa […]

Mat­teo Renzi lo cita con­ti­nua­mente come «riforma già fatta». Ma il Job act è tutt’altro che in vigore. E non lo sarà ancora per mesi. Milioni di persone vivono nel limbo mentre continuano le meline parlamentari. Come e quando verranno ridotti i 46 tipi di contratti precari? Renzi non ha mai dato una risposta chiara. […]

La discussione in corso sia nelle aule parlamentari che nel paese sull’art. 18 non coglie la vera portata dello stravolgimento in atto in materia di (de)regolazione del mercato del lavoro. E a dire il vero suona già un po’ vecchia, non solo perché una larga fetta della forza-lavoro non gode già da tempo delle ultime […]

“Quando la Cgil sarà in piazza, il 25 ottobre, noi saremo a fare la Leopolda. Ci hanno anche risolto il problema di chi ci fa la manifestazione contro”, ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Poi ancora: “Ho grande rispetto per i sindacati ma dove erano negli anni in cui i diritti dei ragazzi […]

L’attacco portato avanti in questi giorni dal PrimoMinistro Matteo Renzi contro l’articolo 18, con l’appoggio gridato di Confindustria e del media mainstream e la benedizione dall’alto del Presidente Napolitano, vuole segnare un passaggio di fase deciso dal forte valore simbolico ma anche fattuale nella definizione di nuove relazioni economiche e di potere tra le classi. […]

La riforma del mercato del lavoro del governo Monti è stata definitivamente approvata dal parlamento ieri 27 maggio 2012. La norma più colpita è l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (l. 300/70) che prevedeva la reintegra del lavoratore illegittimamente licenziato nelle aziende che impiegano più di 15 lavoratori. Da oggi ciò non accadrà sempre, ma solo in alcuni casi: licenziamenti discriminatori o effettuati a causa della maternità o del matrimonio; licenziamenti disciplinari insussistenti o sproporzionati (ma in questo caso non spetteranno tutte le mensilità dal licenziamento fino all’effettiva reintegra: il tetto è di 12 mensilità). In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo (gmo), cioè dettato da motivi economici o comunque legati all’organizzazione del lavoro e della produzione, la reintegra potrà (e non necessariamente dovrà) essere applicata dal giudice cui è data totale discrezionalità al riguardo (anche qui con un limite del risarcimento a 12 mensilità) in caso di accertata “manifesta insussistenza” del motivo economico; negli altri casi spetterà un risarcimento da 12 a 24 mensilità. In ogni caso dal risarcimento andrà dedotto non solo quanto percepito dal lavoratore attraverso un altro lavoro dopo il licenziamento, ma anche “quanto avrebbe dovuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione”: è evidente il moralismo che sta dietro un inciso del genere. Prima però di licenziare per gmo dovrà essere stata esperita una procedura conciliativa avanti alla Direzione Provinciale del lavoro al fine di monetizzare il licenziamento: il verbale di questo tentativo di conciliazione finiranno nel fascicolo dell’eventuale causa ed il giudice dovrà tener conto anche del rifiuto di proposte conciliative in quella sede nella determinazione dell’eventuale indennità risarcitoria. Altra spia del moralismo sotteso a tutta la modifica del mercato del lavoro: bisogna essere flessibili, in entrata ed in uscita, sbattersi sul lavoro (se c’è) e sbattersi a cercar lavoro (quando non c’è). Insomma: tutta la vita al lavoro.
Ne abbiamo parlato con Simone Bisacca, avvocato del lavoro.

La lunga melina di palleggi a centrocampo che ha caratterizzato l’ultimo mese e mezzo probabilmente è finita. Passate le elezioni la maggioranza che sostiene il governo Monti è pronta a licenziare la riforma del lavoro: un colpo al cerchio – la flessibilità in entrata – un colpo alla botte – la flessibilità in uscita e l’accordo tra i partiti è ormai quasi fatto. Sulla pelle dei lavoratori, che, al di là delle altisonanti dichiarazioni di Fornero dovranno continuare a fare i conti con ben 46 tipologie di lavoro.
Alla faccia di tutte le dichiarazioni sul contrasto alla precarietà e sul lavoro a tempo indeterminato come forma “comune” di rapporto di lavoro, il disegno di legge in discussione non ha nulla di tutto ciò: nessun tipo di contratto è stato soppresso e la grande riforma si limita, su dieci tipologie di contratti, a piccole modifiche e in alcuni casi a significativi peggioramenti.
L’articolo 18 verrà in buona parte disinnescato, lasciando ampi spazi di manovra ai padroni.

Anche Ggil Cisl e Uil si avviano a concludere la stagione, evitando lo sciopero contro le misure del governo. Una manifestazione con al centro la questione dell’equità fiscale chiuderà la stagione dei sindacati di Stato. Il 2 giugno, di pomeriggio per non disturbare la parata militare della mattina.

Continua la trattativa sulla riforma del lavoro che, qualunque sia il compromesso finale, si porterà via quel poco che resta di tutele contro lo strapotere dei padroni.
Abbiamo fatto il punto sulla questione con Stefano Capello della Cub

Articolo 18 e ammortizzatori sociali. Il governo considera chiusa la partita: ultimo incontro con le parti sociali giovedì pomeriggio. In ogni caso non verrà siglato nessun accordo.
Monti si leva di impiccio di fronte al possibile “No” della CGIL sull’articolo 18 e rimanda la riforma al vaglio del Parlamento. A questo punto la palla passa a Bersani e al PD.
“Decideremo quanto prima come procedere dal punto di vista legislativo”, ha detto Monti. “Ne’ oggi ne’ giovedi’ ci sara’ un accordo firmato dal governo con le parti sociali”, ha spiegato, “pensavamo fosse importante
ammodernare il mercato lavoro e anche ammodernare il modo di prendere le decisioni. In questo nuovo sistema si ascoltano le parti sociali ma non si da’ “a nessuno il potere di veto”.
Monti fa eco a Napolitano che aveva esortato i sindacati a «far prevalere l’interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare». Per interesse generale Napolitano intende quello dei padroni, per interesse particolare, quello di chi viene sfruttato ogni giorno da un padrone. Napolitano vuole la fine delle lotta di classe, con la resa senza condizioni dei lavoratori. I sindacati di Stato sono sul punto di accontentarlo. I lavoratori, strangolati dalla crisi, dall’aumento di tariffe e dalla riduzione di salari e garanzie saranno disponibili a fare altrettanto?
Il Governo ha annunciato la diversificazione delle tutele sui licenziamenti con il reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamenti discriminatori e il solo indennizzo (fino a 27 mensilità di retribuzione) nei licenziamenti per motivi economici (giustificato motivo oggettivo) considerati dal giudice illegittimi. Nel caso di licenziamento cosiddetto disciplinare (giusta causa o giustificato motivo soggettivo) considerato dal giudice ingiustificato sarà possibile per il magistrato decidere tra il reintegro e l’indennizzo economico con il pagamento al lavoratore ingiustamente licenziato tra le 15 e le 27 mensilità.
La missione di Elsa Fornero è insomma compiuta. Confindustria dice di aver acettato una mediazione per senso di responabilità Cisl e Uil non si sono opposte, anzi considerano salvo – parola di Raffaele Bonanni della Cisl – l’effetto deterrente dell’Art.18.

Ascolta l’intervista a Cosimo Scarinzi della CUB:

Mercoledì 14 marzo. Incontro tra il ministro del welfare Fornero e CGIL, CISL; UIL e UGL su ammortizzatori sociali e articolo 18.
Il giorno precedente Fornero – a margine di un convegno alla Farnesina – aveva dichiarato che, senza l’accordo preventivo dei sindacati, non era disponibile a mettere sul tavolo una “paccata di miliardi” per gli ammortizzatori sociali. Una sorta di ultimatum ai sindacati.
Il 14 marzo invece Fornero garantisce che i soldi per gli ammortizzatori ci sono e che non verranno prelevati dalla previdenza.
Nei fatti l’intera trattativa verte su un sussidio da fame (tolto a pensioni, cassa integrazione e mobilità) e su licenziamenti più facili, giustificati per motivi “economici” e “disciplinari”.
Niente “paccata di miliardi”, solo tanto fumo per non far vedere che l’arrosto se l’è già mangiato qualcun altro. Mettere l’accento solo sull’articolo 18 rischia di nascondere la decisiva partita sugli ammortizzatori sociali.
Se il compromesso su questo tema fosse dignitoso – anche se al ribasso – Camusso potrebbe alzarsi dal tavolo delle trattative indossando la sua brava foglia di fico.
La “flessibilità in uscita”, l’equivalente in neolingua della “libertà di licenziare”, non è la sola richiesta di Governo e Confindustria. Anche la “flessibilità in entrata” diventa elemento di trattativa, dove la maggiore liberalizzazione delle assunzioni viene mascherata con la riduzione delle tipologie contrattuali precarie. Di fatto siamo di fronte alla definitiva precarizzazione del lavoro in entrata: tutti uguali, tutti apprendisti. Magari a vita.
La riforma degli ammortizzatori sociali mira a dare altro nome a cassa integrazione e indennità di disoccupazione, ma i soldi per fare questa operazione saranno meno di quelli che servono con le norme attuali.
I lavoratori, soprattutto su quelli di aziende che chiudono o che si ristrutturano, sopportano e sopporteranno sempre più il peso ed i costi della crisi, mentre si regalano soldi alle aziende e si prestano soldi alle banche con interessi risibili. Così le stesse banche possono investire sul debito pubblico e ricavarne guadagni enormi.

Ne abbiamo parlato con Stefano Capello della CUB:

Scarica l’audio dell’intervista

Secondo l’OCSE è aumentato il divario tra i più ricchi e i più poveri: in pochi anni siamo passati da 1 a 8 a 1 a 10 di differenziale.
Il governo ha deciso la mano dura con gli autotrasportatori, intimando alle Prefetture di usare il pugno di ferro con chi protesta e blocca.
Nel frattempo il governo Monti ha aperto la partita sul lavoro, puntando a regolare i conti con quel che resta di tutele e garanzie per i salariati: in ballo l’articolo 18 e la cassa integrazione guadagni.
Ne abbiamo parlato con Cosimo Scarinzi della CUB, che ha sottolineato la gravità dell’intero pacchetto di misure promosso dal governo dei tecnocrati: dalle pensioni alle liberalizzazioni, che, nel settore del commercio hanno colpito una categoria già schiacciata da un contratto che incatena i lavoratori alle esigenze aziendali senza alcun significativo compenso sul piano salariale.
La stessa protesta degli autotrasportatori va compresa ripercorrendo le trasformazioni profonde del capitalismo italiano, che ha puntato sulle esternalizzazioni, facendo crescere il numero di lavoratori, formalmente autonomi, in realtà dipendenti senza garanzie, obbligati ad assumersi tutti i rischi.


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