Il lavoro secondo Matteo

Scritto dasu 20 Gen 2015

Mat­teo Renzi lo cita con­ti­nua­mente come «riforma già fatta». Ma il Job act è tutt’altro che in vigore. E non lo sarà ancora per mesi.
Milioni di persone vivono nel limbo mentre continuano le meline parlamentari. Come e quando verranno ridotti i 46 tipi di contratti precari? Renzi non ha mai dato una risposta chiara.

In compenso le parti che colpiscono più duramente libertà e reddito dei lavoratori sono già pienamente operative. Non per sbaglio gli imprenditori non hanno più parole per lodare il primo ministro.

Il Manifesto di ieri ha utilizzato come guida il mentore della riforma, il giuslavorista Pietro Ichino, che non senza ragione si è attribuito il merito sia nell’ideazione sia nella stesura dei primi due decreti legislativi.

Ne abbiamo parlato con Cosimo, sindacalista di base ed attento analista delle dinamiche sociali.

Ascolta la diretta con Cosimo:

cosimo

Il cuore della riforma renziana è il “contratto a tutele crescenti”, lo stru­mento che secondo Renzi doveva «supe­rare l’apartheid nel mondo del lavoro tra garan­titi e gio­vani pre­cari». Nei fatti il solco tra lavoratori giovani e lavoratori più anziani non fa che allargarsi. I neo assunti non hanno diritto all’articolo 18 e sono quindi più esposti al ricatto padronale ulte­rior­mente togliendo l’articolo 18 solo per i neo assunti.

La con­se­guenza di que­sta scelta è sin troppo prevedibile: qual­siasi impresa sarà ten­tata di cam­biare con­tratto ai pro­pri dipen­denti, appli­cando quello a tutele cre­scenti — che sosti­tui­sce il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato — poten­doli dun­que licen­ziare quando più aggrada.

La dimo­stra­zione viene pro­prio da Feder­mec­ca­nica: giu­sto venerdì il suo pre­si­dente — il mode­rato Fabio Stor­chi — ha pro­po­sto di «eli­mi­nare il dop­pio regime tra i nuovi e i vec­chi assunti» chie­dendo «coe­renza per­ché tutti que­sti prov­ve­di­menti siano estesi a tutta la pla­tea degli occu­pati». In una parola: libertà di licen­zia­mento. Cosa che subi­ranno già tutti i lavo­ra­tori degli appalti: la prima volta che pas­se­ranno di “padrone” per­de­ranno per sem­pre l’articolo 18.

Lo stesso Ichino sostiene che in caso di licen­zia­mento «il costo per l’impresa sarà la metà o poco più» di quello pre­vi­sto con due mesi di inden­nità l’anno: que­sto per­ché ogni lavo­ra­tore licen­ziato «opterà per la con­ci­lia­zione stan­dard, pari a una men­si­lità per anno di ser­vi­zio, con un mas­simo di 18» in quanto «l’esito del giu­di­zio» a cui si dovrà sot­to­porre per otte­nere l’indennizzo «non è scon­tato» e per­ché in caso di con­ci­lia­zione il governo ha pre­vi­sto che que­sta sia «esente da impo­si­zione fiscale». Un enne­simo favore alle imprese.

Il con­tratto a tutele cre­scenti è solo il primo dei decreti pre­vi­sti. Il 24 dicem­bre il governo lo ha appro­vato insieme al secondo sugli ammor­tiz­za­tori, uscito da palazzo Chigi con la dizione «salvo intese». In que­sto però — a parte le coper­ture per la scia­rada di nuovi ammor­tiz­za­tori a par­tire dal Naspi e al netto della balla sui 24 mesi di coper­tura: par­tirà da mag­gio, sarà di due anni solo se un pre­ca­rio ha lavo­rato con­se­cu­ti­va­mente negli ultimi quat­tro anni e dal 2017 il mas­simo di coper­tura calerà a 18 mesi — manca tutta la parte sulla riforma delle varie forme di cassa inte­gra­zione, che neces­si­te­ranno di un nuovo decreto, e che comun­que ridur­ranno ulte­rior­mente — la cig in deroga è già stata dimez­zata, i con­tratti di soli­da­rietà non sono stati rifi­nan­ziati e l’indennità è stata ridotta del 10 per cento — la durata degli ammor­tiz­za­tori sociali per i milioni che il lavoro lo hanno già perso.

Man­cano dun­que la mag­gior parte dei decreti — tre o quat­tro almeno — come da delega: riforma dei ser­vizi per il lavoro con la crea­zione dell’«Agenzia nazio­nale per l’occupazione», «dispo­si­zioni di sem­pli­fi­ca­zioni e razio­na­liz­za­zioni delle pro­ce­dure a carico di cit­ta­dini e imprese», «un testo orga­nico sem­pli­fi­cato delle tipo­lo­gie con­trat­tuali e dei rap­porti di lavoro», «soste­gno alla mater­nità e pater­nità». Per tutti que­sti decreti i tempi pre­vi­sti sono di mesi — il mini­stro Poletti parla di quat­tro — men­tre il limite della delega è di «sei». La riforma non sarà in vigore prima dell’estate.


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