Bahrein, la parte nascosta delle “primavere arabe”

Scritto dasu 21 Febbraio 2013

Le mobilitazioni sono tornate a rivivere in Bahrain, a due anni dal 14 febbraio 2011, giornata della prima insurrezione e avvio della lotta di massa quanto radicale nel piccolo paese del Golfo.
Il Bahrain è una delle monarchie più antiche e più inamovibili della zona, con un sistema di potere che si ripropone sempre uguale a se stesso da decenni, se non secoli. Uno stato microscopico che ospita la 5° flotta navale statunitense, una monarchia geostrategicemente importante, oggetto di dure contestazioni, ma a cui è permesso ogni tipo di repressione con la cecità complice della comunità internazionale.

Ad oggi, mentre le autorità continuano a dichiarare che nel paese vige un assoluto rispetto dei diritti umani e di aver recepito le raccomandazioni sull’eccessivo uso della forza da parte delle forze dell’ordine, gli attivisti denunciano torture, rappresaglie e punizioni collettive. Il numero dei morti in seguito alla repressione, secondo gli osservatori internazionali, è di oltre 80 negli ultimi due anni.

Mentre il potere cerca di addossare le colpe a fattori religiosi, indicando i rivoltosi come sciiti (la stragrande maggioranza della popolazione è di fede sciita, mentre il potere è in mano all’elite sunnita), la piazza chiede l’allontanamento della classe dirigente, giustizia e libertà, rivendicazioni che niente hanno a che vedere con l’appartenenza religiosa. Per far luce sulle vicende di un paese relegato ai margini dell’attenzione mediatica abbiamo contattato Simone, ricercatore di arabo presso l’università di Torino.
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