Accumulazione, sfruttamento e conflitto nelle città globali

Scritto dasu 21 Aprile 2015

parisCon Giovanni Semi, docente di sociologia presso l’Università di Torino, abbiamo analizzato le mutazioni socio-economiche di alcune metropoli, definite da S. Sassen “città globali”, che nel corso degli ultimi 30-40 anni sono state interessate da processi di ristrutturazione post-industriale tutt’ora in divenire. In questi contesti territoriali, dove i processi di produzione e riproduzione continuano a subire profonde trasformazioni, si muove, tra stanzialità e migrazioni, una grande massa di forza-lavoro. La costruzione di sempre nuove condizioni di accumulazione, motore dell’economia metropolitana, pressuppone diverse diverse modalità di sfruttamento e di sussunzione del lavoro. In questa dinamica le linee del colore, di genere, oltre che lo status giuridico, determinano  una “doppia polarizzazione” tra il movimento verticale di chi va ad occupare ruoli scelti e/o remunerativi nei mercati del lavoro segmentati – le cd. classi creative e cosmopolite – e quello, orizzontale, all’interno di una forza-lavoro in quotidiana lotta per la sopravvivenza – le cd. classi subalterne – sempre più oggetto di processi di frammentazione attraverso la costruzione di confini etnici/razziali/religiosi/… .

Questa doppia polarizzazione si manifesta in maniera certo complessa guardando al settore dei lavori cd. “immateriali” – svolti generalmente da lavoratori-rici occidentali bianchi-e, con capitali culturali elevati e relativamente ricchi-e, benchè oggetto di intensa precarizzazione  – i cui processi di produzione si reggono sul lavoro domestico e di cura di masse di migranti impoveriti, portatori di capitali culturali non riconosciuti, spesso violentemente sfruttati, in assenza di minime garanzie rispetto alle condizioni di lavoro e di permesso di permenenza sul territorio e segregati dal punto di vista abitativo nelle zone più periferiche della città, non ancora interessate da processi di gentrification.

Le “città globali” hanno quindi un ruolo preponderante nell’attrarre e sfruttare grandi masse di migranti (composte in misura sempre più significativa da rifugiati/e) per alimentare i processi di accumulazione delle “nuove” economie urbane post-fordiste, che si fondano strutturalmente sulla polarizzazione/stratificazione sociale sopra descritta, mentre la stessa si intensifica sullo scenario globale, tra guerre, conflitti e continuo spossessamento di risorse e sfruttamento della forza-lavoro.

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Nonostante la pervasività di queste dinamiche, le “città globali” sono anche “città ribelli”, quando coloro che costruiscono e sostengono la vita urbana esprimono la potenza della loro conflittualità rispetto alle logiche del capitale. Con Simona de Simoni, dottoranda dell’Università di Torino e Parigi X – Nanterre, abbiamo guardato al caso della BNF (Bibliothèque nationale de France), dove lavoratori-rici dipendenti della multinazionale Onet, che ha in appalto i servizi di pulizia della biblioteca pubblica più importante di Francia – e tra le principali d’Europa – sono in sciopero da 12 giorni contro le inaccettabili condizioni di lavoro. A causa delle politiche di austerità imposte dal Ministero della Cultura, la BNF ha tagliato il budget per l’appalto alla Onet, con il risultato che quest’ultima ha di fatto costretto 15 lavoratori-rici a lasciare il posto ed ha ripartito il carico di lavoro (rimasto equivalente, nonostante la riduzione del budget) sui-lle restanti 45. I dirigenti di Onet sono rimasti indifferenti alle richieste dei-lle lavoratori-rici, che hanno più volte cercato di aprire un tavolo di discussione, secondo la sempre più consueta strategia di Stato e Capitale di sottrarsi a qualunque confronto e responsabilità. Di fronte al silenzio, 12 giorni fa è partito lo sciopero tutt’ora in corso (nonostante la scarsa solidarietà da parte dei fruitori della biblioteca) con precise rivendicazioni di aumento salariale e non solo: CIP-IDF > Salarié-es du nettoyage en grève à la BnF!

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