Migranti nella tempesta, tra venti di guerra e nuovi capri espiatori

Scritto dasu 22 Aprile 2015

La più grande strage di migranti nel Mediterraneo non sembra aver prodotto tra le cassi dirigenti dell’Unione Europea molto più di una idignazione di facciata  finalizzata alla costruzione di una nuova figura di “nemico pubblico”, oggi individuata nel temibile “scafista”, improbabile reincarnazione contemporanea del “trafficante di schiavi” d’antan. Peccato che i moderni negrieri siano il più delle volte migranti tra i migranti, appena più fortunati dei loro compagni di sventura ma come loro presi nella tempesta che macina vite nel prodursi dei nuovi squilibri globali. Ma per le elite di un’Europa in crisi, quello che conta è individuare un nuovo capro espiatorio da sbattere in prima pagina e su cui indirizzare gli strali, per giustificare un nuovo intervento armato che sfuma sempre più i contorni dei confini tra “polizia globale” e guerra (mentre i confini militari ed economici dell’Europa, quelli sì, rimangono ben chiari e presidiati).

Ne abbiamo palato con Alessandro Dal Lago, sociologo

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Oltre l’emozione per una delle peggiori stragi di migranti di sempre,  c’è la necessità di andare oltre l’emergenzialismo dell’emozione e lo sguardo  fissato sul presente, per tentare di individuare le cause strutturali delle migrazioni internazionali, dentro una divisione internazionale del lavoro, prodotta da guerre, politiche del debito e aggiustamenti strutturali.

Ascolta l’intervista con Ferruccio Gambino

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