L’UE paga, la Turchia serra le frontiere

Scritto dasu 1 Dicembre 2015

Al vertice del 29 novembre L’UE ha ottenuto dal premier turco Ahmet Davutoğlu l’impegno a trattenere in Turchia la maggior parte dei profughi in fuga dalle guerre in Siria e in Iraq, in cambio di tre miliardi di euro in “aiuti iniziali”, di una liberalizzazione del regime dei visti e del rilancio del processo di adesione di Ankara all’Ue.

L’Unione europea stanzierà tre miliardi di aiuti “iniziali” perché la Turchia “migliori” le condizioni di vita dei circa 2,2 milioni di profughi siriani che si trovano nel paese. Il governo turco voleva 3 miliardi all’anno. L’Unione europea aveva proposto che una simile cifra coprisse un biennio. L’accordo raggiunto a Bruxelles non contiene indicazioni temporali, ma vincola i pagamenti a verifiche progressive sui risultati raggiunti nel contenimento dei flussi migratori.
L’UE paga solo alla “mancata” consegna della merce. Una merce umana per cui i capi di stato e di governo dell’Unione europea hanno mostrato commozione e sdegno, ma rischia di mettere in difficoltà gli attuali governanti alle prossime consultazioni elettorali.
Come spesso è capitato negli ultimi anni nazionalisti di ogni dove, protoleghisti e neonazisti, incassano il risultato senza muovere un passo.
Nel testo delle conclusioni del vertice, però, viene chiarito che “la destinazione e la natura di questi fondi saranno riviste alla luce dello sviluppo della situazione”. In altre parole non si sa come questi fondi saranno investiti, al di là di un consenso già raggiunto nelle settimane scorse sull’impegno della Turchia a organizzare il rimpatrio dei migranti a cui non viene riconosciuto il diritto all’asilo nell’Unione europea, a promuovere l’integrazione e l’occupazione dei profughi siriani presenti nel paese e a lottare contro la criminalità.
Deportazione, campi profughi stabili, persecuzione dei passeur. Forse l’impegno turco lo si potrebbe riassumere così.

Espulsioni facili e campi di concentramento

La realizzazione pratica di questi obiettivi è ancora nebulosa. Ankara vorrebbe che i fondi siano investiti in “zone sicure” (safe zones) dove sarebbero confinati fino a cinque milioni di profughi, mentre l’UE punta sugli “hot spot” con la costruzione di sei nuovi campi per migranti. Per i migranti a cui non viene riconosciuta la protezione internazionale, c’è un generico impegno a collaborare per “prevenire i viaggi in Turchia e nell’Unione europea, assicurando l’applicazione dei piani di riammissione bilaterale stabiliti e rimpatriandoli velocemente”.

Chi paga il pacco?
Non c’è accordo sui contributi nazionali tra paesi dell’Ue. Diversi capi di governo hanno infatti avanzato riserve sull’opportunità di finanziare il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che è accusato di non rispettare i diritti fondamentali dei cittadini (a partire dalla libertà di stampa) e di violente repressioni contro la minoranza curda. La Commissione europea ha suggerito di mettere insieme 500 milioni dai fondi comuni e che i 28 paesi membri provvedano a pagare il resto, in base alle loro possibilità. Si sta discutendo della possibilità che le istituzioni europee considerino queste risorse fuori dal patto di stabilità.

I paesi più ricchi, tra cui Germania e Francia, vorrebbero che l’intera cifra fosse stanziata da Bruxelles, anche se ciò significa intaccare il bilancio già approvato fino al 2020. Questo potrebbe evitare ai governi di affrontare il passaggio parlamentare previsto dalle costituzioni nazionali, con il rischio che l’accordo salti, per la prevedibile opposizione di alcuni governi. Altri paesi, soprattutto quelli dell’est destinatari di fondi strutturali, sono preoccupati da questa prospettiva.

L’accordo con la Turchia è voluto soprattutto dalla Germania. Negli ultimi mesi, la cancelliere Angela Merkel ha insistito sul fatto che la collaborazione con Ankara nel controllo delle frontiere esterne dell’Unione è indispensabile per migliorare la gestione dei flussi migratori.

Riparte il processo di adesione all’UE della Turchia

La Turchia si è candidata per entrare nell’Unione europea dal 1999 e sta negoziando l’accesso dal 2005. In tutto, i capitoli che i paesi candidati devono portare a termine prima dell’adesione sono 35. Ieri è stato stabilito che un nuovo capitolo dei negoziati per l’adesione, il diciassettesimo, sarà aperto a metà dicembre. Ciò significa che cominceranno formalmente le trattative sugli standard economici e finanziari richiesti alla Turchia per adeguarsi a quelli europei.

La liberalizzazione dei visti
Unione europea e Turchia avevano già sottoscritto nel 2013 un accordo che vincolava la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi al rispetto di un’intesa per la riammissione entro le frontiere turche di tutti i cittadini, anche di paesi terzi, che raggiungono il territorio dell’Unione europea dalla Turchia e non hanno diritto alla protezione internazionale. La Turchia dovrebbe anche rafforzare i controlli su afgani, pachistani e altri migranti asiatici in transito nel paese, che aspirano a raggiungere l’Europa.

In base all’intesa raggiunta il 29 novembre, la Commissione europea si è impegnata a presentare una relazione entro l’inizio di marzo del 2016 e le due parti auspicano di mettere a punto il processo di liberalizzazione dei visti entro ottobre dell’anno prossimo, a patto che siano rispettati i precedenti accordi. In ogni caso, è possibile che beneficino della liberalizzazione solo alcune categorie, come uomini d’affari e studenti.
Si apre uno spiraglio per l’apertura di nuovi flussi migratori di cittadini turchi verso l’UE.

Ne abbiamo parlato con Murat Cinar, con cui abbiamo anche discusso dell’assassinio di Tahir Elci copresidente degli avvocati di Dyarbakir, cui Murat ha dedicato un ricordo.

Ascolta la diretta:

2015-12-01-murat-turchia-ue


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