“Alì è morto per colpa dello Stato”: migranti sotto la Prefettura dopo l’incendio all’ex Aiazzone

Scritto dasu 12 Gennaio 2017

L’incendio divampato la scorsa notte nell’ex mobilificio Aiazzone di Sesto Fiorentino (occupato da tempo da decine di migranti) ha provocato la morte di Alì Moussa, rifugiato politico somalo di 35 anni. Secondo quanto riferito dagli altri occupanti, Alì era riuscito a mettersi in salvo ma ha poi deciso di rientrare nel capannone per prendere i documenti necessari al ricongiungimento con la propria famiglia.

 

“Alì è morto per colpa dello Stato”: questa l’accusa riportata sullo striscione dietro il quale questa mattina – dopo un’assemblea – migranti, movimento di lotta per la casa e solidali si sono mossi in corteo fino a raggiungere la Prefettura di Firenze, dove è stato bloccato il traffico per protesta. I migranti hanno denunciato la situazione vergognosa e di ricatto nella quale sono costretti a vivere e hanno rivendicato il diritto a una vita dignitosa.

 

Abbiamo sentito Luca del movimento di lotta per la casa fiorentino per un aggiornamento sulla situazione e sulle prime iniziative di mobilitazione seguite agli avvenimenti di questa notte:

lucaFI_aiazzone

 

Di seguito la nota diffusa dal Movimento di Lotta per la Casa Firenze dopo l’incendio:

 

Alì Moussa, rifugiato politico somalo, è morto durante l’incendio dell’ex-Aiazzone.

Si era salvato dalle fiamme che hanno distrutto la struttura, ma poi ha deciso di rientrare dentro. Non era pazzo. E’ rientrato perchè voleva portare in salvo i suoi documenti. Quei pezzi di carta a cui la vita di ogni migrante è appesa. Pezzi di carta da sudare per ottenere il proprio diritto ad esistere qui in Italia.

Alì Moussa è stato ucciso dalle leggi dello Stato Italiano, dagli arbitrari ritardi e dinieghi delle questure, dal ricatto continuo che viene esercitato nei confronti dei migranti attraverso la minaccia della clandestinità. Noi questo non lo dimenticheremo.
La stampa aspettava un morto per accorgersi di come sono costretti a vivere nella tanto decantata “culla del rinascimento” i rifiugiati. La stampa può pure fingere di non sapere. Ma le istituzioni no. Queste sanno benissimo da due anni che all’interno dell’ex-mobilificio, in condizioni più che precarie, vivevano più di cento richiedenti asilo somali. Gli stessi che hanno sgomberato dall’occupazione di via Slataper. Gli stessi che hanno rimandato in mezzo ad una strada dopo i soliti tre mesi di “progetto”.

Ali Moussa è stato ucciso da un sistema dell’accoglienza finalizzato ad arricchiere le cooperative che lo gestiscono. Che l’unica “integrazione” che offre è quella del lavoro gratuito per i profughi tanto sponsorizzato dal “socialista” (!) Enrico Rossi. Un sistema che usa-e-getta i migranti, come ha fatto con Ali Moussa. Noi questo non lo dimenticheremo.

In due anni, le istituzioni si sono ricordate dei rifugiati dell’ex-aiazzone solo quando si è trattato di portare operai, ruspe e reparti di polizia in assetto anti-sommossa per sabotare l’allaccio dell’energia elettrica degli occupanti. Per rendere ancora più precaria (e pericolosa) la fornitura, oltre che la vita degli abitanti. Noi questo non lo dimenticheremo.

Alì Moussa è stato ucciso da uno Stato – quello dell’art.5 e degli sgomberi – che ha deciso di fare la guerra a chi è costretto ad occupare invece di fare quello che dovrebbe: garantire una casa e una vita dignitosa a tutti.

Un uomo è morto, come nessuno mai dovrebbe morire. Da parte nostra tanta tristezza, indignazione rabbia. Altrettanta la convinzione che sono questi i momenti in cui c’è bisogno di schierarsi.

Perchè non accada mai più.


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