Erdogan tra consenso e fallimenti

Scritto dasu 11 gennaio 2017

Da questa estate molte cose sono accadute sotto il cielo turco. Partiamo dal mancato golpe accollato all’eterna e ingombrante (per Erdogan) ombra del magnate economico e eminente religioso Fethullah Gulen, che di sicuro è costata al paese una stretta repressiva tremenda che ha colpito a diversi livelli le varie articolazione del potere statale, passando per le accuse (e relative prove) di un appoggio diretto all’ISIS, del quale la Turchia accoglierebbe in patria cliniche clandestine e produzione di merchandising oltreché proficui scambi di denaro con petrolio, per arrivare all’ultima escalation di violenza e attentati incominciata con gli attentati rivendicati dai falchi del Kurdistan passando per l’azione del 19 dicembre ad opera di un pliziotto turco (fatto significativo al netto di ogni complottismo) culminata con l’uccisione dell’ambasciatore russo avvenuta ad Ankara, l’attentato alla discoteca Reina. Il governo turco sta vivendo una cesura storica tra il suo giocare da potenza regionale sunnita nella Nato, alleato strategico degli Usa e il suo riavvicinamento alla Russia di Putin, col capo cosparso di cenere dopo l’abbattimento dell’aereo militare russo. Le linee di faglia sembrano molteplici, la più significativa è sicuramente quella del successo incontrato dalla propaganda iSIS tra i settori popolari turchi ma anche tra le forze di sicurezza a vari livelli, come parzialmente testimoniato dall’uccisione di Andrey Karlov. Quanto questo peserà sul contesto di Erdogan non ci è dato di sapere. Certo che nel panorama politico-istituzionale turco non ci sono, a vista, figure che possano mettere in discussione l’alto indice di gradimento del Sultano, che dal canto suo sta blindando il potere suo e del suo partito.

Ne abbiamo parlato con Murat Cinar, giornalista indipendente turco

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