Eni & soci: devastazione di territori, tratta di persone e saccheggio di risorse

Written by on 4 maggio 2018

Non solo Eni, ma (come titola il volantino di indizione della manifestazione) “prima gli italiani”, quelli responsabili di feroci deportazioni nel deserto, di mantenere campi di contenimento nel deserto, sovvenzionano missioni poliziesche e lobbizzano le missioni Onu a difesa di interessi e strade attraverso cui transitano droga, genti sradicate dagli interessi, dalla distruzione dell’ambiente e dalle stesse guerre scatenate dalle multinazionali dell’energia in un coacervo di interessi, centri nevraglici da difendere e istituire; usi impropri di religioni, diisioni etniche e milizie. Tutto diventa riconducibile a una sorta di risiko geopolitico fondato su oleodotti e controlli territoriali, spostamenti di mezzi navali ed eserciti legati al fabbisogno della società regolata dal capitale.

Sabato 5 maggio dalla stazione Centrale di Milano si muoverà un corteo contro tutto ciò a partire dalle 15, terminando in via Imbonati. Ne abbiamo parlato con Silvia, che ci ha anche accenanto a uno spezzone più legato agli aspetti affrontati dalle donne migranti infilate con i loro corpi in questo tritacarne del dio Idrocarburo, ecco cosa ci ha raccontato:

Manif vs Eni devastante

Di seguito il volntino di indizione:

Attacchiamo i padroni (prima gli italiani)
Guerra all’esterno e militarizzazione della società segnano sempre di più il nostro presente. Per mantenere pacificate le “retrovie” mentre governi e multinazionali si lanciano nel saccheggio dell’Africa come prolungamento della loro concorrenza in Europa, i padroni soffiano sul vento razzista della guerra fra poveri. Vento che alimenta la proliferazione dei gruppi neofascisti, sempre più legittimati e protetti.
Il governo italiano finanzia i campi di concentramento in Libia e le milizie che li gestiscono, l’ENI e le altre imprese di bandiera cercano di preservare e allargare i loro affari, ricorrendo a qualunque signoria della guerra locale, jihadisti compresi. Intanto il capitale locale, con l’individuazione di nuove sacche di gas, riapre scenari con Paesi direttamente coinvolti nella guerra di Siria, facendo presagire un ruolo ancor più incisivo della Turchia nel contenimento dei profughi, nonché di Israele come cane da guardia del Mediterraneo.
La manodopera di emigrati provenienti da terre depredate assicura un esercito di lavoratori e lavoratrici sotto ricatto e terrore, garantisce profitti a basso costo e rende possibile assoggettare anche i proletari indigeni a condizioni di vita sempre più precarie.
Il razzismo di Stato afferma apertamente che per salvare la democraziabisogna rinchiudere i migranti a casa loro (eccezion fatta per quelli da selezionare per il capitalismo nostrano).
Mentre la politica internazionale di rapina sversa anche qui i suoi prodotti, dallo sfruttamento alle devastazioni ambientali (vedi TAP), in Niger si allarga il conflitto sociale contro le missioni occidentali.
È sempre più urgente confrontarci sul tempo che fa, rilanciare la pratica della solidarietà internazionalista e schierarsi con le ragioni di chi lotta contro il colonialismo italiano.
Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che vogliono riaprire il conflitto sociale fuori e contro ogni compatibilità istituzionale, a due iniziative che si terranno a Milano.

 


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