Africa orientale: l’omofobia importata, la xenofobia interna, la presenza cinese…

Scritto dasu 25 Novembre 2018

Stiamo assistendo a una stretta repressiva in Tanzania, che è riuscita a sfondare il muro di silenzio stampa che avvolge in genere i fatti africani, quando qualche giorno fa ha fatto scalpore la notizia che il giovane governatore di Dar-es-Salaam, Paul Makonda, ha lanciato una campagna omofoba con tanto di invito alla delazione: i primi gay sono finiti in galera e le liste di proscrizione sono state redatte via social.

Da questa situazione, che abbiamo approfondito in questo primo audio che potete sentire con Marco Cochi di “Afrofocus” (L’omofobia africana è un prodotto coloniale d’importazione) abbiamo preso spunto per parlare di Tanzania in particolare e di Africa orientale in generale: l’info è stata ospitata da BlackMilk, la trasmissione del sabato blackoutiano che propone sonorità provenienti dal continente nero.

L’informazione è la cartina di tornasole sulla effettiva libertà d’espressione di un paese e quando vengono incarcerati i giornalisti stranieri è un segnale che si sta scivolando nell’autoritarismo e si sta cercando di soffocare ogni possibilità di diffondere notizie ingombranti:

Incarcerazione di giornaliste sudafricane in Tanzania

Riguardo alla Tanzania veniva spontaneo a questo punto, dopo i primi spunti di Cochi, capire cosa ci si può attendere da quel regime e quali siano state finora le sue espressioni: tutte molto repressive e quindi ci siamo rivolti a Cornelia Toelgyes, redattrice di “Africa ExPress“, che ha pubblicato alcuni articoli incentrati su quell’area geografica molto significativi, anche per quello che riguarda l’intolleranza razzista e l’emergenza migratoria a partire da ragioni climatiche, ancora più che per la – comunque imponente – repressione violenta di moti, richieste, diritti elementari, bisogni e rivendicazioni; contraddizioni e istruzione diffusa o negata; difficoltà di rapportarsi alla sensualità

Migrazioni interne, intolleranze, repressioni, istruzione

Un aspetto poco conosciuto in Occidente relativo alla Tanzania è lo sviluppo economico: le risorse – agricole o di giacimenti – e gli interessi cinesi, legati all’implementazione della Via della Seta, argomento che affrontiamo nuovamente con Marco Cochi:

La Tanzania tra risorse naturali e interessi cinesi

Come capita spesso, i cinesi cominciano a offrire aiuto, collaborazione e investimenti per creare infrastrutture – come abbiamo sentito, fin dagli anni Sessanta hanno costruito la linea tra Tanzania e Zambia – poi diventano il partner principale della bilancia commerciale e “sentono il bisogno” di difendere le strutture e il mercato che hanno creato. Così diventa interessante seguire le modalità di infestazione militare del territorio. Di questo ambito Marco Cochi è particolarmente esperto come si evince da questo quadro che ci ha offerto:

Strategia militare cinese in Africa

A questo discorso finiscono con il collegarsi le conclusioni che abbiamo pensato di affidare a un giovane e attento analista che spesso viaggia nei paesi che descrive sul sito informativo Slow-News che ha contribuito a realizzare: Andrea Spinelli Barrile ha una visione generale di quella parte di Africa e  le sue sinapsi collegano episodi e strategie geopolitiche distanti tra loro, riconducendole a evidenti calcoli economici locali, tessendo efficacemente le trame pensate e messe in atto a livello macroeconomico, come quelle vissute dalle popolazioni coinvolte nell’evoluzione repentina del continente: infrastrutture, naturale contatto con le potenze asiatiche affacciate al di là dell’Oceano (anche l’India, non solo Cina) o con l’Occidente, convenzioni e investimenti, metissage e tecnologie, risorse e metropoli, pil e inflazione…

Spunti geoeconomici dell’Africa orientale

 

 

 


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