Bangladesh tra solidarietà operaia e deportazione dei rohingya

Scritto dasu 20 Gennaio 2019

Sfruttamento, orari e condizioni di lavoro possono sembrare d’altri tempi per l’Occidente – e non è detto che non tornino anche qui, ma è più facile che si completi la deindustrializzazione – ma anche le forme di solidarietà e di rivendicazione di condizioni di lavoro migliori e aumenti salariali sembrano per noi appartenere a un tempo glorioso ormai irrimediabilmente trascorso delle lotte operaie, che infatti a metà gennaio 2019 a Dhaka hanno ottenuto un risultato, seppur minimo in un settore che produce proventi per 30 miliardi di dollari l’anno, il secondo paese al mondo per esportazione di capi di vestiario dopo la Cina. Una vittoria senz’altro importante per i 4 milioni e mezzo di tessili (al 90 per cento donne), anche se l’aumento salariale è di pochi centesimi, perché i miglioramenti delle condizioni di lavoro arrivano dopo una lotta intensa, durata anni (siamo a sei anni dal crollo del Rana Plaza che fece più di 1100 morti), ma intensificatasi nel 2019, quando 8 giorni di sciopero consecutivi e decise azioni represse dalla polizia hanno portato in piazza sia i lavoratori più giovani che avevano beneficiato maggiormente degli aumenti, che non erano così significativi per i lavoratori con maggiore anzianità. Questo è l’aspetto che ha fatto la differenza: il tentativo di dividere i lavoratori non è riuscito e tutti hanno lottato insieme. Si è ottenuta una vittoria costata a caro prezzo, visto che – come sentite dalle parole di Giuliano Battiston, che è ancora nel paese asiatico – subito dopo sono cominciati i licenziamenti senza giusta causa, arresti in massa, vendette contro chi non si è fatto intimidire nemmeno dai mazzieri, usati dai produttori ed esportatori complici delle grandi griffe occidentali, taroccatori di marchi ma anche di dati che vedono 7000 aziende lavorare in subappalto rispetto alle 3600 ufficiali, in condizioni di totale insicurezza.

I padroni hanno dovuto accettare gli accordi imposti da Sheikh Hasina, la leader dell’Awami League (al potere dal 2009), che ha vinto le elezioni del 30 dicembre attraverso intimidazioni, arresti, minacce, brogli e repressione, ma che non poteva permettersi una ipervisibilità internazionale che le dimostrazioni accentuavano: meglio concedere subito accordi che garantirebbero la possibilità di svolgere ispezioni in centinaia di fabbriche aggiuntive e metterle in sicurezza… per poi reprimere a riflettori spenti.

E così sta capitando in un paese militarizzato ogni giorno di più, con la premier che sembra ripetere il mantra sovranista che ferocemente risponde ai detrattori, respingendo le accuse di ferocia mosse dal partito nazionalista di opposizione e rivendicando una ripresa economica reale, la quale le fa dire che i diritti umani sono quelli che premettono i cittadini bengalesi innanzitutto (sembra di sentirla pronunciare slogan come: “Prima i bengalesi”), descrivendo i rohingya come spacciatori, pericolosi delinquenti; anche i sindacati per potersi mantenere gli angusti spazi di manovra che portano a quelle vittorie su vertenze particolarmente sentite, evitano di appoggiare creazioni di fronti politici d’opposizione, nonostante una parte dei bengalesi – musulmani come i fuggitivi – pensi che sia giusto aiutare una popolazione perseguitata dai vicini birmani buddisti ufficialmente per motivi religiosi, anche se la motivazione principale è il land grabbing.

Peraltro è difficile trovare appigli anche a livello internazionale, visto che l’accoglienza di 700mila rohingya in fuga dal pogrom birmano hanno accreditato a Hasina un riconoscimento ammantato di peloso umanitarismo, dietro a cui si nasconde il sollievo per una nuova emergenza migranti mondiale, ma che sta producendo insofferenza e episodi di razzismo. Ma la soluzione sembra emergere come un incubo, perché 100mila di quei perseguitati sembrano destinati a un asorta di apartheid su un’isola creata dai detriti della foce del fiume Meghna, esposta ai cicloni, per metà sommersa: un luogo inospitale, dove non c’è nulla e non esistono risorse o attività possibili.

L’isola di concentramento non è ancora attiva in questa funzione: la stanno allestendo ditte sino-bengalesi al riparo da sguardi indiscreti (nessuno può accedervi, tantomeno ficcanaso giornalisti stranieri) mentre la maggior parte dei rohingya si trovano in campi profughi nell’area di Cox Bazaar. D’altronde la situazione sta precipitando, perché New Delhi sta respingendo rohingya e in 1300 stanno già per premere sui confini bengalesi, arrivando dal lontano Kashmir indiano – e rischiano il rischiosissimo rimpatrio, dopo essere fuggiti alle persecuzioni del Myanmar.

Ma tutto questo complesso groviglio di conquiste operaie, repressione, militarizzazione, apartheid ci viene spiegato meglio da Giuliano Battiston, reporter freelance, esperto di Est asiatico.

 

Bangladesh tra lotte operaie e apartheid dei rohingya


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