Via della seta e reti a strascico per depredare l’Africa

Scritto dasu 23 Marzo 2019

Il dibattito tutto italiano – e dunque con il solito vizio provinciale (nascondendo che l’interesse per Palermo sia per il megaprogetto di un porto che cambierà i connotati della città siciliana) – relativo al contratto in firma in questo weekend tra il governo cinese e quello italiano per una cooperazione più stretta e il coinvolgimento dell’Italia nella Belt and Road Initiative (lanciata da Xi Jin Ping nel 2013) arriva dopo anni di penetrazione dei mercati da parte cinese, in particolare quelli africani dove si registrano i primi interessi cinesi fin dal 1996, per cui è già consentito fare un primo consuntivo dei risultati. In genere a detrimento dei paesi che hanno ospitato infrastrutture e investimenti di Pechino, perché il contratto in genere prevede una partecipazione che viene assicurata da garanzie date da aziende che agiscono nei gangli della nazione (televisioni, fornitrici di energia) e strutture indispensabili alla sopravvivenza della comunità. Si tratta di una via di mezzo tra neocolonialismo e strozzinaggio; ma quello che è molto interessante è lo studio personalizzato di quale sia l’aspetto più interessante nelle relazioni con il singolo paese.

Alla predazione terrestre e dei docks dei porti si aggiunge lo sfruttamento di zone di pesca che sono ottenute allo stesso modo facendo accordi per avere licenze che poi si allargano e svuotano i mari, danneggiando enormemente le economie più fragili e i pescatori locali (distruggendo l’ecosistema), oppure utilizzando pesca illegale con navi molto grosse, magari fabbricate in Cina e poi battenti bandiera africana dello stato che dà la licenza: di nuovo joint venture fatte per aggirare le norme attraverso giochi di scatole… cinesi.

Ne abbiamo parlato con Marco Cochi, docente, giornalista e blogger esperto di questioni africane, gestore del sito “Afrofocus

La rapacità cinese in territorio africano: infrastrutture e predazione dei mari


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