Attentato al tempio sikh, mossa Isis del riposizionamento afgano

Scritto dasu 26 Marzo 2020

Nel silenzio ovattato da covid19 planetario una guerra lunga 40 anni procede con le mosse dei contendenti che sembrano volersi posizionare costantemente per uno scontro finale o un accordo di pace definitivo, entrambi ancora di là da venire.

La notizia dell’attentato al tempio sikh di Kabul ha riportato l’attenzione sull’Afghanistan, uno sguardo che non è mai stato realmente distolto in questi mesi di tentativo di disimpegno trumpiano in vista dele elezioni. Si tratta dell’ennesima azione portata dall’Isis direttamente contro i simboli di una setta religiosa diversa dal sunnismo jihadista, che il 25 marzo aveva già colpito un tempio hindu-sikh a Kabul; questa volta ha procurato almeno 25 morti (venti giorni prima aveva colpito la comunità hazara raccolta a commemorare. il leader Mazari, ucciso dai talebani nel 1995). È un tassello in più nel puzzle che vede il Daesh intento a cercare di raccogliere gli scontenti dell’avvicinamento del mondo talebano all’amministrazione statunitense che a Doha il 29 febbraio ha conseguito un accordo con poche luci e molte ombre, già disatteso in parte ancora prima che vengano realmente definiti i contorni, ma che finisce con il mettere all’angolo gli altri protagonisti afgani: i due presidenti autoproclamatisi tali dopo elezioni disertate e costellate da brogli.

Infatti l’altra notizia di due giorni precedente l’attacco jihadista era quella che Pompeo, il segretario di stato americano, aveva pretestuosamente addotto l’incapacità di accordarsi tra Abdulla e Ghani per annunciare il taglio di due miliardo di dollari nei finanziamenti allo stato afgano, mossa che tende a comunicare ai contendenti il disimpegno dalla guerra più lunga della storia statunitense – comunque vada il negoziato.

E questo negoziato appare ancora più aleatorio e laborioso del solito, reso ancora più precario dalla pandemia, che si sta rinfocolando per il rientro di molti migranti che si trovavano in Iran, paese da dove vengono spinti a varcare indietro la frontiera a migliaia. Il coronavirus rende ancora maggiori le difficoltà di organizzare incontri che procedono per via telematica (per quanto ci siano dubbi che possano avere validità in un contesto tribale simile), ma per altri versi lo stesso covid19 consente di sveltire paradossalmente  i tempi diplomatici perché riduce la quantità dei partecipanti al negoziato e chi è coinvolto è come se fosse in conclave a discutere sugli autentici punti di separazione tra le parti… Ma poi, una volta che gli americani si saranno sfilati (e con loro i militari stranieri disseminati sul territorio – e portatori a loro volta di coronavirus) quale panorama si affaccerà al paese ridotto alla miseria senza il sostegno finanziario dall’estero? e tutti i protagonisti ora in campo a cercare di consolidare la propria posizione arriveranno a negoziare a loro volta, o si scateneranno nuovamente nuovi, ulteriori, conflitti armati?

 

Abbiamo cercato di dare un senso a tutto ciò con Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore esperto dell’area del Khorasan:
Battiston afg


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