Covid19, preparazione di una distopia di merci e risorse umane domestiche

Scritto dasu 6 Marzo 2020

Un mondo abitato da pochi sospetti passanti e consegne a domicilio, anche di servizi, come la scuola, o qualsiasi formulazione culturale, sottratti ai bisogni di edifici o incontri e relazioni “reali”; lo smart-working, l’e-learning, l’individualizzazione delle esistenze, rese tristemente domestiche con l’eliminazione del luogo fisico di aggregazione, private di ogni effusione o umanizzazione del rapporto “personale” (e di occasione di organizzazione tra sfruttamenti simili), laddove più nulla è personalizzato, bensì mediato da meccanismi di controllo digitali, software – privatissimi – che si appropriano di dati sensibili, mentre si fa lezione a distanza o si propongono film su Netflix, perché i cinema sono ormai diroccati dall’incuria del fallimento… come tutto il comparto della cultura che non sia inscatolabile e privato della sua naturalezza. Intanto i luoghi deputati all’accaparramento di merci non subiscono alcuna chiusura e si assiste al cambiamento della idea di quali siano i servizi essenziali.  La trasformazione della mentalità e delle sensibilità.

L’occasione per introdurre strumenti di questo tipo è data dal laboratorio sociale chiamato coronavirus, che si fa scudo delle morti – e del panico indotto mediaticamente – per cambiare profondamente in senso autoritario il consesso culturale, lavorativo e conseguentemente il consumo e la mobilità delle persone; la badanza e il patriarcato che si eterna anche e soprattutto con la sottrazione di welfare che deve liberare l’esistenza e il lavoro essenzialmente femminile. Un film di fantascienza che ricorda molto i mondi distopici di Ballard.

Abbiamo cercato di proiettare quel film, preconizzandoo quei mondi nella loro sulfurea asetticità futuribile con Stefano Capello:

Il lavoro, il bisogno e la socialità al tempo del covid19


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