Né dio, né stato, né patriarcato. Una settimana di info e lotta transfemminista

Scritto dasu 3 Marzo 2020

É cominciata ieri con un presidio alla farmacia D’Algostino e De Michelis, che rifiuta di vendere la pillola del giorno dopo, la settimana di informazione e lotta transfemminista promossa dal collettivo anarcofemminista Wild C.A.T.
La farmacia, nota da anni in città per la fervente devozione mariana dei suoi proprietari era guardata a vista da due blindati dei carabinieri, da alcune auto dei vigili e dall’immancabile stuolo di polizia politica.
Nonostante la folla di angeli custodi, la farmacia, ha tenuto aperta solo la porta di ingresso, lasciando serrata la vetrina.
Uno striscione con la scritta “né stato né dio sul mio corpo decido io!”
Sono state offerte ai passanti ottime caramelle del giorno dopo, mentre diverse persone si fermavano per informarsi, mentre altre ben conoscevano le attitudini integraliste del proprietario.
Ne abbiamo parlato con Martina di Wild C.A.T., che oltre alla cronaca della giornata ha presentato gli altri appuntamenti della settimana.

Mercoledì 4 marzo
ore 16,30
presidio in via Lugaro 15 alla sede di Stampa e Repubblica
Ti amo da (farti) morire
Uccise due volte. La narrazione che nega e cancella le vite delle donne

Sabato 7 marzo
ore15,30
in via Montebello – area pedonale – sotto la Mole
presidio “Ruoli in gioco. Rappresentazione De-Genere”

Domenica 8 marzo
giornata di lotta in giro per la città

Ascolta la diretta con Martina:

 

Di seguito il volantino distribuito al presidio davanti alla farmacia integralista:

“Preti ed obiettori tremate!
Le streghe son tornate

Non tutti lo sanno, ma a Torino ci sono farmacie che rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo, che negano alle donne la libertà di decidere sulla propria vita.
La farmacia Algostino e De Micheli di piazza Vittorio Veneto 10 è una di queste.
I farmacisti obiettori sono una minoranza, mentre i medici obiettori sono il 70%. In alcune zone del sud Italia in molti ospedali tutti i medici sono obiettori.

Sino al 22 maggio del 1978 abortire era un reato. Per il codice penale causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art. 546); procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art. 547); istigare all’aborto, o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art. 548).
Se una donna non voleva figli rischiava in caso di aborto la galera e con lei la rischiava chi la aiutava.
Le donne povere utilizzavano ferri da calza o decotti al prezzemolo, o pagavano le “mammane”, rischiando la salute e spesso la vita.
Chi aveva soldi pagava un medico o andava all’estero.

Qualcuno crede che la legge 194 che stabilisce le regole per l’IGV, l’interruzione volontaria di gravidanza, sia stata una grande conquista delle donne del nostro paese.
Noi sappiamo invece che le leggi sono il precipitato normativo dei rapporti di forza all’interno di una società. La spinta del movimento femminista degli anni Settanta obbligò una coalizione di governo composta da laici e cattolici, in cui i cattolici erano la maggioranza, a depenalizzare l’aborto.
La rivolta delle donne, la disobbedienza esplicita di alcune di loro, la profonda trasformazione culturale in atto, spinsero alla promulgazione della 194. Fu, inevitabilmente, un compromesso. Per accedere all’IVG le donne sono obbligate a giustificare la propria scelta, a sottoporsi all’esame di psicologi e medici, a sottostare alle decisioni di genitori o giudici se minorenni. In compenso i medici possono dichiararsi obiettori e rifiutare di praticare le IVG.
Da qualche anno “volontari” dei movimenti cattolici che negano la libertà di scelta alle donne, si sono infiltrati nei consultori e nei reparti ospedalieri, rendendo ancora più difficile accedere ad un servizio che in teoria dovrebbe essere garantito a tutte, come ogni altra forma di assistenza medica.

La legge 194, lungi dal garantire la libertà di scelta, la imbriglia e la mette sotto controllo. Dopo le ripetute sconfitte di referendum e iniziative legislative, la strategia di chi vorrebbe la restaurazione patriarcale, fa leva proprio sulle ambiguità di questa legge per rendere sempre più difficile l’aborto. In prima fila ci sono le organizzazioni cattoliche, che animano e sostengono i movimenti che arrivano a definirsi “pro vita”, e mirano a restaurare la gabbia familiare come nucleo etico di un’organizzazione sociale basata sulla gerarchia tra i sessi.
Non solo. In questi anni le politiche dei governi che si sono succeduti hanno privilegiato il sostegno alla famiglia, a discapito degli individui, in un’ottica nazionalista, razzista, escludente. Dio, patria e famiglia è la cornice di politiche escludenti, che chiudono le frontiere, negano la solidarietà e promuovono l’incremento demografico in un pianeta sovraffollato.
La libertà delle donne passa dalla sottrazione al controllo dello Stato della scelta in materia di maternità. Non ci serve una legge, ma la possibilità di accedere liberamente e gratuitamente ad un servizio a tutela della nostra salute. E su questa non ammettiamo obiezioni.

Wild C.A.T. Collettivo Anarco-Femminista Torinese
Riunioni ogni giovedì alle 18 presso la FAT in corso Palermo 46
FB https://www.facebook.com/Wild.C.A.T.anarcofem


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