Contro le metafore belliche della pandemia

Scritto dasu 2 Aprile 2020

“(…) il più antico degli appelli alla mobilitazione è risuonato in tutte le lingue: siamo in guerra. “Nous sommes en guerre” aveva scandito per ben sette volte il presidente francese Emmanuel Macron nel suo discorso alla nazione del 12 marzo, evocando una chiamata alle armi di tutti i compatrioti, seppure l’ordine non fosse di presentarsi al fronte, bensì di restare a casa.Nulla di nuovo: in letteratura si trovano numerosi esempi che mostrano come il linguaggio bellico sia pervasivo in medicina, sia nella pratica clinica sia nel discorso pubblico, dove le metafore militari diventano predominati. In entrambi i casi, il ricorso al gergo militaresco trova giustificazione nel suo potere di mobilitazione. Nella clinica, si ritiene che possa tenere alto il morale dei pazienti e rinsaldare l’alleanza fra medici e assistiti durante il percorso di cura, soprattutto in caso di malattie gravi e debilitanti. Sul piano sociale, suona come un appello alla nazione per sbloccare risorse economiche, giustificare politiche d’emergenza e incoraggiare la popolazione ad accettare i sacrifici imposti in virtù di una causa comune, com’è richiesto oggi ai cittadini di gran parte del mondo nel tentativo di arginare la diffusione del nuovo coronavirus”. (tratto da Il linguaggio militare della pandemia, di Giancarlo Sturloni)

Chi è il nemico, quando gli elementi ideologici del discorso sono sottesi, ambigui, non chiaramente espressi? Quando anzi si è in presenza di discorsi diversi, anche divergenti? Soltanto il virus? O non è forse, questo «nemico invisibile», una utile espressione per occultare l’oggetto della propria «guerra», delle proprie strategie? Perfino un’opportunità retorica, come ha suggerito Francisco Oliveira sul quotidiano argentino «La Nación» il 21 marzo? (…) Il nemico invisibile («the invisible enemy») non è forse quello che permette a Donald Trump – autoproclamatosi non a caso «war-time president» – di invocare, come ha fatto nei giorni scorsi, leggi straordinarie per combattere nemici ben visibili (i migranti al confine col Messico), e per assumere poteri speciali grazie al «Defense Production Act», un provvediento di emergenza che risale alla guerra di Corea degli anni Cinquanta e che garantirebbe al presidente ampia autorità «[to] expedite and expand the supply of resources from the U.S. industrial base to support military, energy, space, and homeland security programs»?” (tratto da Sul «nemico invisibile» e altre metafore di guerra, di Federico Faloppa)

Insieme alla linguista Cristina Caimotto abbiamo dapprima cercato di rintracciare alcune delle metafore utilizzate all’interno della comunicazione politica ai tempi del Covid-19, in particolare la metafora bellica….

 

…per poi tracciare un primo tentativo di analisi sulla loro performatività simbolica e materiale e sulla necessità di demilitarizzare il nostro linguaggio per costruire immaginari di rottura con l’ordine capitalista dominante:


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