Un dedalo di strade per un Afghanistan tra parcellizzazione etnica e unificazione culturale

Scritto dasu 29 Maggio 2020

L’impegno bellico americano più lungo della storia degli Usa rischia di lasciare solo macerie e agio ai soliti Signori della guerra ampie praterie per imporre spartizioni di potere deja vu. L’aspetto confessionale ammanta secolarmente il controllo politico di un’aura che si confonde con la realpolitik fatta di compromessi esaltati dalla struttura familistico-tribale, ma che anche nei fondamenti vede contrapposte il modello verticistico-piramidale di origine turkmeno-mongola a contrasto con quella clanica-assembleare a cavallo della Durand Line.

Poche sono le figure di riferimento – e forse questo fa gioco al movimento talebano – che possano contrastare con credibilità la soluzione confessionale (che non vede soverchie distinzioni tra Daesh e al-Qaeda) e nemmeno situazioni legate a risorse economiche, scambi strategici di prigionieri, accordi scanditi da attentati, forzature contingenti e prassi culturali… spossatezza della cittadinanza, esasperata da stragi, corruzione, occupazione e milizie.

Ci siamo affidati a Elisa Giunchi per individuare le prospettive delle molteplici possibili evoluzioni successive al “disimpegno elettorale” di Trump, ma soprattutto l’analisi dell’impatto jihadista sul paese lascia spazio solo a una speranza per un progetto di emancipazione sociale, passando attraverso una ristrutturazione anticorruzione,, che superi divisioni etniche e barriere confessionali.

Un quadro fosco di accordi firmati con la pistola fumante sul tavolo: futuro di frammentazione o unificazione?


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