Born in the U.S.A.

Scritto dasu 1 Giugno 2020

Fine settimana di scontri e saccheggi negli Stati Uniti dove anche la protesta è diventata pandemica. Dal lockdown si è passati direttamente al coprifuoco con la Guardia Nazionale scesa nelle strade di decine di città statunitensi e soprattutto a difesa della Casa Bianca, ormai al centro delle proteste. Addirittura Trump e famiglia sono state scortati nel bunker sotto la casa presidenziale.
Ma qual’è il peso del lockdown e dell’impoverimento delle classi più povere in queste proteste? E quale il ruolo dei gruppi di suprematisti bianchi in questa ondata di violenza? Come agisce e si struttura questo movimento che va allargandosi a macchia d’olio per tutto il paese? Non solo scontri e saccheggi, ma anche gesti di solidarietà e la costruzione di reti di mutuo appoggio. La morte di Gerorge Floyd è stata la miccia che ha riacceso una fiamma mai del tutto spenta e che ora divampa con forza inaudita: non è solo una questione razziale, ma anche e soprattutto di classe, in un paese dove il divario tra ricchi e poveri è altissimo e palesato nello spazio urbano; in cui le minoranze ancora oggi vivono in ghetti; dove precarietà e sfratti sono all’ordine del giorno mentre si millanta una ripresa economica a suon di slogan e “American First”.
In tutto questo il presidente è scomparso, non un monito ne un’uscita pubblica, solo cinguettii di rabbia e tanta tanta paura.
Ne parliamo con Luca Celada corrispondente da Los Angeles

 

Qui la traduzione di interviste fatte dai compagni di Unicor Riot (https://unicornriot.ninja/) che ci raccontano le vicende che si susseguono direttamente da chi è sceso/a in strada

 

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